Nel corso di un’audizione al Parlamento europeo, è stata chiesta al Presidente della Bce Mario Draghi la sua opinione riguardo all’intenzione dell’Italia di domandare deroghe rispetto alle regole comuni di finanza pubblica. Mario Draghi ha suggerito di considerare poco le parole, mutevoli, e attendere i fatti prima di esprimere un giudizio. I mercati non hanno atteso granché: lo spread – quanto paghiamo di più sul nostro debito pubblico rispetto alla Germania – che era già aumentato nei giorni convulsi della costituzione del Governo Conte, dopo una breve pausa ha ripreso a crescere, e ora oscilla in prossimità della pericolosa soglia dei tre punti percentuali.

I fatti veri e propri arriveranno solo a metà ottobre, quando il Governo presenterà la proposta di bilancio per il 2019. In quella sede dovrà essere scritto nero su bianco quali delle innumerevoli promesse elettorali saranno tradotte in concreto; e come ciascuna di esse sarà finanziata. Ma c’è una scadenza precedente. Entro la fine di settembre il Governo dovrà presentare al Parlamento la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza. Lì, fra tanti numeri, uno sarà decisivo: il livello del deficit pubblico che il Governo intende raggiungere nel 2019 (cioè quanto il Governo intende spendere di più rispetto alle entrate fiscali). Ancorché quel numero annunci solo un’intenzione, sarà di per sé un fatto, sul quale Mario Draghi, e con lui gli analisti e i mercati finanziari di tutto il mondo, concentreranno la propria attenzione, formuleranno i propri giudizi, baseranno i propri comportamenti.

La prima mossa spetta al Ministro Tria. Che fin qui ha speso le più sagge fra le parole mutevoli uscite dalla bocca degli esponenti governativi in questi mesi. Ma che ora dovrà tradurre quelle sagge parole in un numero. Se sarà troppo alto, annuncerà urbi et orbi l’interruzione del faticoso processo di riaggiustamento della finanza pubblica italiana; e con essa un aumento ulteriore del rapporto fra debito pubblico e prodotto, chiaro annuncio di un percorso insostenibile. In questa ipotesi i mercati reagirebbero immediatamente; le quotazioni dei titoli italiani ne risentirebbe nel giro di ore, non di giorni o settimane; il famigerato spread si innalzerebbe in modo repentino. Ma, se gli interessi che lo stato deve pagare sul proprio debito aumentano, anche il saldo di bilancio peggiora, e con esso il debito. L’avvio di una spirale distruttiva può farsi molto veloce, e sarebbe difficile uscirne senza misure traumatiche, come l’esperienza del 2011 insegna.

D’altra parte anche l’annuncio di un deficit programmatico troppo basso sarebbe un problema. Perché i partiti della coalizione di governo vi vedrebbero affermata l’impossibilità di mantenere, anche solo parzialmente e gradualmente, le grandi promesse fatte ai propri elettori. Con le ovvie conseguenza politiche che ne deriverebbero: in uno scenario nel quale le elezioni potrebbero andare bene e invece il governo va male, più facile per quelle forze politiche scegliere il ritorno alle urne. Anche in questo caso, i mercati andrebbero in allarme, di fronte a un nuovo ricorso alle elezioni anticipate e alla incertezza che ne deriverebbe. Da questo discorso resta fuori ciò di cui tutti sembrano occuparsi: quel deficit programmatico rispetterà o meno i vincoli europei? Ma resta fuori pour cause. Le decisioni dell’Unione arriveranno più avanti: a novembre con le raccomandazioni della Commissione sul progetto di legge di bilancio, probabilmente a primavera con l’adozione o meno di una procedura formale per violazione delle regole comuni. Nel frattempo quel che doveva accadere sarà già accaduto. Se il deficit iscritto nella nota di aggiornamento al Def avrà superato lo scrutinio del mercato e delle forze di maggioranza, allora sarà in grado di superare anche la eventuale apertura di una procedura di infrazione (come avvenuto in molti Paesi europei, a partire dalla Francia).

Ovviamente, dopo il primo impatto, quel numero sarà giudicato anche dal punto di vista della sua attendibilità: sono ragionevoli le presunzioni macroeconomiche – crescita dei prezzi e del prodotto reale – sul quale si basa? Sconta il rallentamento in corso nell’economia globale? Le misure concrete che si prevede di adottare per raggiungere quell’obiettivo sono in grado di condurre al risultato annunciato? E qui, perché no, peserà anche il rispetto o meno delle regole europee. Ma il primo impatto, quello che può essere decisivo, sta proprio in quel numero relativo al deficit pubblico programmatico. Quando sarà pubblicato, ciascuno valuti se è in grado di prospettare una riduzione del rapporto fra debito e prodotto, e se è al tempo stesso in grado di scongiurare la crisi della maggioranza di governo. Se la risposta sarà positiva, la navigazione, seppur perigliosa, continuerà. Altrimenti, la corsa verso le scialuppe di salvataggio si potrebbe fare tumultuosa.