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4 maggio 2018 di
Troppi nemici

Troppi nemici, tutti insieme. Alla fine, la politica aggressiva del finanziere bretone Vincent Bolloré si è infranta contro il muro di un’operazione di mercato, quella costruita intorno al progetto del fondo americano Elliott, su cui sono confluiti gli interessi di un’intero sistema: scontenti gli azionisti per l’andamento del titolo, preoccupate le istituzioni per l’esuberanza mostrata, impegnati i Regolatori in un complicato scenario per la doppia partita con Mediaset. Non a caso, Cdp è scesa in campo, ha acquistato il 5% e lo ha schierato con gli americani.

Vivendi non ha solo perso il controllo del cda di Tim. Ha anche incassato una sconfitta che può costare molto in termini di strategia complessiva del gruppo transalpino. Le parole spese dal direttore della comunicazione Simon Gillham, prima ancora che il voto dell’assemblea avesse sancito la sconfitta, sono eloquenti: “Vivendi avrebbe comunque 5 membri nel cda, sarebbe sempre il principale azionista con il 23,94% del capitale e farebbe in modo che la strategia del gruppo non cambi”. Ora che il condizionale non serve più, restano tutti i dubbi sul futuro in Italia del gruppo guidato da Bolloré.

Vivendi ha perso la battaglia ma resta comunque il primo azionista della compagnia telefonica. Ora deve cercare di ottenere garanzie sulla gestione, puntando a uscire solo quando la societarizzazione della rete avrà premiato il titolo, evitando una dolorosa minusvalenza. In questa fase, non vuole e non può permettersi un passo indietro. Uscire adesso farebbe perdere denaro, molto, a causa di una grossa minusvalenza, e comporterebbe lo stravolgimento della strategia complessiva in Italia. Gli analisti sono concordi nel sostenere che Vivendi resterà in Tim per usufruire dell’ipotesi ‘societarizzazione’ della rete, in attesa di decidere cosa fare anche della partecipazione in Mediaset, con una quota del 19,95% parcheggiata in un blind trust per rispettare gli obblighi imposti dall’Agcom.

In gioco, tra l’altro, c’è anche la credibilità di Bolloré, messo già in difficoltà dalle vicende giudiziarie che lo coinvolgono per una presunta corruzione internazionale, che deve rendere conto anche ai suoi azionisti in Francia delle conseguenze della difficile campagna d’Italia.