Non si può essere ambigui sulla permanenza nella moneta unica“. E’ la posizione, ferma, di Bruno Tabacci, leader di Centro democratico e parlamentare di +Europa, convinto che “la voglia di cambiamento è comprensibile ed anche salutare in determinati momenti della storia di un Paese” ma anche che “inseguire cattivi maestri non è utile”.

Il Presidente della Repubblica, nel suo discorso, ha spiegato di aver tutelato i risparmiatori e le future generazioni. Quali conseguenza avrebbe comportato la scelta di Savona all’Economia?

“Non si tratta di una questione di nomi ma di programmi politici. Non si può essere ambigui sulla permanenza dell’Italia in Europa e nella moneta unica. Abbiamo visto che è successo in pochi giorni allo spread. Basta veramente poco per creare danni enormi che ricadrebbero in primis sulle fasce più deboli della popolazione. Ricordiamoci le immagini degli argentini in fila ai bancomat dopo il default del 1992″.

Lega e 5stelle attaccano Mattarella adducendo motivazioni politiche alla base del suo veto a Savona. Si è trattato, invece, di una valutazione economica?

Il presidente della Repubblica ha esercitato le sue prerogative. Non è la prima volta e non sarà l’ultima che un Capo dello Stato esprime le proprie valutazioni sulla lista dei ministri presentata da un presidente del Consiglio incaricato e suggerisce modifiche. La differenza rispetto al passato è che prima di questo caso tutti i presidenti del Consiglio incaricati hanno accolto i suggerimenti del Colle, consapevoli delle regole dell’impianto costituzionale. Questa volta si è pensato di poter passare sopra le regole, si è arrivati perfino a parlare di impeachment, poi per fortuna nei giorni successivi ci si è resi conto che si trattava di una follia senza appigli né giustificazioni e si è fatto retromarcia. Ma continuando a tentare di forzare le regole si fa solo il male del Paese, altro che governo del cambiamento”.

Da quali azioni dovrebbe partire ora il nuovo esecutivo, se riuscisse a dar vita a un Governo?

“Occorre rassicurare i mercati, confermare che l’Italia rimarrà nell’euro e intende ridurre il proprio debito pubblico e far scendere subito lo spread per evitare che il rialzo dei tassi di interesse sui nostri titoli di Stato metta in moto una spirale pericolosa per i conti pubblici, con ricadute molto pesanti per tutti. Si sono promesse cose inattuabili come la flat tax ed il reddito di cittadinanza. Misure che hanno costi enormi e che non servono né a ridurre le disuguaglianze né a rilanciare l’economia. Fatto il governo le chiacchiere staranno a zero, occorrerà misurarsi con la realtà. Intanto bisognerà trovare 12 miliardi per evitare che l’1 gennaio 2019 aumenti l’Iva”.

Quali ricadute avrebbe sugli italiani l’uscita dall’euro?

“Spaventose. La Bce ci chiederebbe di saldare integralmente il debito accumulato, circa 358 miliardi. Le imprese – contrariamente a quanto sostengono gli antieuro – non beneficerebbero di un’impennata dell’export. Già ora le esportazioni italiane sono in attivo e con una lira fortemente svalutata s’impennerebbe il costo delle materie prime. Le famiglie pagherebbero lo scotto di salari più bassi e inflazione altissima. Inoltre, chi ha un mutuo in euro farebbe fatica a ripagarlo guadagnando molto meno in lire. Il default, con lo Stato non più in grado di pagare stipendi e pensioni e garantire il servizio sanitario nazionale sarebbe inevitabile”.

Crede che gli italiani abbiano consapevolezza delle conseguenze della politica antieuropeista e populista inseguita finora dall’asse Salvini – Di Maio?

“La voglia di cambiamento è comprensibile ed anche salutare in determinati momenti della storia di un Paese. Ma inseguire cattivi maestri non è utile. Chi parla alla pancia delle persone raccontando che si può fare tutto non fa l’interesse dell’Italia ma pensa solo a raccogliere qualche voto in più. Ma io penso che di fronte all’alternativa secca e drammatica se uscire dall’euro o no gli italiani non sbaglierebbero e sceglierebbero di rimanere nella moneta unica“.

Nella commissione Bilancio della scorsa legislatura era già emersa una politica così nettamente anti-euro da parte dei colleghi leghisti e pentastellati?

“Purtroppo si è sentito di tutto. Non solo dalla scorsa legislatura. Tutta la storia della cosiddetta Seconda Repubblica e ora anche l’inizio di questa presunta Terza sono punteggiati da una caduta verticale del senso dello Stato da parte di molti rappresentanti del popolo italiano”.

Crede sia possibile ricucire lo strappo istituzionale che si sta consumando in queste ore?

“Mi pare evidente che anche chi lo ha provocato come Di Maio sia già tornato sui suoi passi. Mettere in discussione la più alta carica dello Stato con accuse volgari e infondate si è rivelato subito un boomerang. Spero che su questo tutti riflettano”.