Il concetto di sviluppo sostenibile non è nuovo ed è l’evoluzione dell’attenzione alle relazioni fra economia e ambiente che si è manifestata intorno agli anni ’70 del secolo scorso. Fu questo, tra l’altro, il periodo in cui nacquero le prime associazioni ambientaliste, World Wildlife Fund (WWF-1961), Friends of the Earth (1969), Greenpeace (1971), e in cui vennero adottate le prime importanti misure normative di protezione ambientale. Tra queste, il National Environmental Protection Act (Nepa-1969) che segnò un punto di svolta per la legislazione americana e fu fonte di ispirazione per molti altri Paesi, inclusa l’Unione Europea. In quegli stessi anni venne anche avviata, su iniziativa del Club di Roma, una attenta riflessione sui limiti di uno sviluppo incurante della sua ricaduta ambientale.

Il Club di Roma affidò quindi a un gruppo di ricercatori l’incarico di realizzare uno studio presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT): oggetto dell’indagine, le conseguenze a lungo termine della crescita economica secondo l’allora dominante modello di produzione e consumo e la prevista crescita della popolazione. I risultati dello studio “The Limits to Growth” furono pubblicati nel 1972 a New York. I ricercatori conclusero la loro analisi con la previsione di una crescita economica che avrebbe raggiunto in un secolo i suoi limiti, con un improvviso e incontrollabile declino del livello della produzione e del sistema industriale.

Era quindi necessario modificare tale linea di crescita scegliendo un’opzione di sviluppo basata su condizioni di stabilità ecologica ed economica. Queste, in sintesi, le conclusioni che hanno animato il dibattito negli anni successivi per oltre venti anni, fornendo proficui elementi di riflessione anche per il lavoro della successiva “Commissione Brundtland” (1987) fino ad arrivare alla Conferenza di Rio (UNCED-United Nations Conference on Environment and Development) del 1992. Sempre nel 1972 si tenne la storica Conferenza di Stoccolma. Il rapporto fra economia e ambiente e la necessità di preservare la qualità delle risorse naturali divennero così un tema centrale anche dell’agenda multilaterale delle Nazioni Unite.

Nella Conferenza emersero, insieme con quelle per la salvaguardia della qualità ambientale e le connesse responsabilità verso le future generazioni, tutta una serie di preoccupazioni di ordine sociale che, nel complesso, imponevano uno sforzo progettuale mirante al futuro, assicurando la continuità della crescita economica, la salvaguardia ambientale e una distribuzione dei benefici anche ai Paesi in via di sviluppo. Tale progetto, che investiva con pari importanza le dimensioni economica, sociale e ambientale, prese più tardi forma nel concetto di “sostenibilità” o di “sviluppo sostenibile”. La definizione più nota di sviluppo sostenibile è sicuramente quella contenuta nel Rapporto Brundtland, esito della già citata omonima Commissione, per il quale è sostenibile “lo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri”.

Per quanto riguarda i bisogni, la definizione del Rapporto Brundtland si riferisce in particolare ai bisogni dei poveri del mondo e include il concetto di limite, della capacità tecnologica e delle organizzazioni sociali, rispetto alla possibilità che l’ambiente soddisfi i bisogni attuali e futuri. La definizione teorica e l’applicazione pratica del principio dello sviluppo sostenibile hanno mostrato approcci e intendimenti diversi con riferimento alla stessa idea e al significato di sostenibilità. Per entrare nel merito di queste differenze occorre innanzitutto riferirci alla diversa visione del rapporto fra economia e ambiente, dell’economia neoclassica e dell’economia ecologica. Da qui sarà possibile avere una maggiore comprensione dei diversi significati attribuiti, nel tempo, al concetto di sostenibilità. Si tratta di due visioni alternative del funzionamento del sistema economico. In quella neoclassica, lo scambio fra i due settori (economico e ambientale) può essere rappresentato da flussi di risorse e rifiuti fra questi, ove lo scambio comunque influenza le capacità del settore ambiente di sostenere il sistema economico.

Il problema analitico principale è che i prezzi devono riflettere tale influenza al fine di rendere efficiente il funzionamento del mercato. La visione circolare del circuito economico non pone limiti alla crescita ed è parzialmente radicata in due correlati, ma non sempre esplicitamente riconosciuti come dogmi: le risorse sono infinite; un soddisfacente sostituto può essere trovato per ognuna di esse. Quest’ultimo assunto è stato definito da Ann Dale nel suo At the edge: sustainable development in the 21th century (Vancouver, 2001) la (falsa) legge della “sostituibilità infinita”. La formalizzazione in economia di tale legge è conosciuta come la “Hartwick rule” su cui ritorneremo fra breve discutendo delle ipotesi di sostenibilità debole e forte.

Nella visione ecologica l’economia è un sistema aperto contenuto in uno più ampio finito, non crescente, chiuso all’ingresso di nuovi materiali, aperto all’energia solare. Il sistema economico viene attraversato da un flusso lineare (linear throughput) di risorse naturali (N), rinnovabili e non rinnovabili, che passa dall’ecosistema naturale al settore economico, e ritorna all’ecosistema come rifiuti (W) provenienti dalla produzione e dal consumo. La prima legge della termodinamica garantisce l’equivalenza fra N e W. In generale, l’ecosistema svolge tre funzioni fondamentali: offre le risorse naturali (energia e materia) per il funzionamento del sistema economico; funge da deposito per i residui non riciclabili del sistema economico; è oggetto di consumo diretto (tempo libero, valore paesaggistico-culturale) e di sostegno generale alla vita dell’uomo. Il rapporto fra queste funzioni esprime il potenziale conflitto fra le stesse in mancanza di condizioni di equilibrio generale.

Ad esempio, la funzione di deposito dell’ecosistema è determinata dalla sua capacità di assimilazione; qualora il processo di produzione dei residui non riciclabili sia più rapido della capacità di assimilazione, essa può pregiudicare lo svolgimento delle altre. Se il tasso di sfruttamento delle risorse naturali supera la capacità di rigenerazione si intaccherà lo stock di capitale naturale e così via. L’accresciuta sensibilità pubblica al problema ambientale si accompagna all’evidenza e alla successiva crescita della consapevolezza dei problemi generati dai conflitti fra le diverse funzioni ambientali in condizioni di disequilibrio. Ad esempio, l’incapacità dell’ambiente di assorbire la quantità di rifiuti prodotti, pregiudica l’utilizzo delle materie prime (si pensi all’inquinamento delle falde sotterranee per la produzione agricola), nonché lo stesso godimento della Natura (come nel caso del mare sporco che diventa non balneabile).

Le condizioni di equilibrio non sono spesso note e la loro comprensione è difficile, a causa della complessità del funzionamento dell’ecosistema. Si coglie così un primo fondamentale problema ove, mentre l’ecosistema è stabile in termini della propria capacità (finitezza) di offrire energia e materiali, assorbire rifiuti e ospitare i servizi di supporto alla vita garantiti dagli ecosistemi, il sistema economico globale è in continua crescita. Con l’avvento della rivoluzione industriale e l’evoluzione tecnologica, la crescita della popolazione, il cambio degli stili di vita e conseguentemente della domanda di beni e servizi, si è amplificato lo sfruttamento delle risorse naturali, con crescente pressione sull’ecosistema globale, sino a raggiungere i limiti della sua capacità di fornire servizi (alcuni possibili esempi il buco dell’ozono, l’effetto serra, etc.). Potremmo dire, semplificando drasticamente, che la sostenibilità dell’attività economica sarà possibile solo se la fonte di energia esterna (energia solare) a bassa entropia, o negativa, compensa l’aumento di entropia (la perdita di disponibilità impiegata per produrre, consumare, riciclare).

La crescita non può quindi essere considerata genericamente senza limiti. Will Steffen, in un recente studio portato avanti insieme con altri ricercatori e sviluppato partendo dai risultati ottenuti con Johan Rockström e il suo gruppo in una precedente ricerca, individua delle aree, in particolare i flussi biogeochimici e la biosfera, ove l’azione antropica avrebbe già superato i limiti della sostenibilità; mentre in altri, quali il cambiamento climatico o l’uso dei suoli, si è in una condizione di severa criticità. Se si assume, ai fini della definizione di politiche di sostenibilità, che il rispetto delle condizioni di stabilità ecologica – nel rapporto con l’attività economica e la produzione di reddito – sia assicurato dal requisito che il capitale naturale, considerato a sé stante, rimanga intatto, si fa riferimento a una sostenibilità forte (strong sustainability); se è una combinazione di capitale naturale e di capitale generato dall’uomo a essere mantenuta costante, piuttosto che i due isolatamente, si fa riferimento a una sostenibilità debole (weak sustainability).

Nel primo caso le due forme di capitale sono concepite come assolutamente o quasi complementari e, così, la produttività dell’uno dipende dalla disponibilità dell’altro (eccetto il caso dei servizi generati da ecosistemi naturali). Questa è un’affermazione critica in quanto significa che nessuna quantità di capitale generato dall’uomo può, in via generale, sostituire la perdita di capitale naturale per mantenere un flusso costante di reddito o consumo nel tempo. Solo attraverso il miglioramento dell’efficienza con cui il capitale umano converte, in beni finali e servizi, il capitale naturale, un certo livello di consumo può continuare inalterato nel tempo. Ma anche in questo caso a tale miglioramento si oppongono le leggi della termodinamica, che definiscono i limiti alla capacità dell’uomo di porre rimedio alla diminuzione di capitale naturale.

Nel secondo caso (sostenibilità debole), le due forme di capitale sono concepite come perfettamente sostituibili, o quasi. Da ciò deriva che una riduzione del capitale naturale non pregiudica la capacità di mantenere un flusso di reddito costante, almeno sino a quando il capitale prodotto dall’uomo è capace di compensare. Tale diversa lettura della visione delle relazioni fra sistema economico ed ecosistema porta un diverso approccio nella definizione delle politiche e degli strumenti di intervento. In maniera estremamente semplificata, nel caso della visione che accetta la sostituibilità fra le due forme di capitale, una corretta allocazione attraverso il sistema dei prezzi garantisce la sostenibilità, ove i prezzi riescano a internalizzare nel mercato (ad es. attraverso politiche fiscali ecologiche) gli effetti dell’attività economica sull’ambiente e dare alle risorse il loro “giusto” valore di mercato. Lo strumento dei prezzi può essere utile anche per tenere conto del capitale sociale e umano e garantire il bilanciamento fra le due forme di capitale. Nel caso invece di chi ritiene che le diverse forme di capitale non siano fra loro perfettamente sostituibili, il controllo della scala dell’attività economica è l’elemento chiave per la definizione delle politiche (un possibile esempio la definizione di un tetto all’attività economica quale il contenimento dell’incremento della temperatura).

I due approcci – fra loro alternativi, anche rispetto a molti aspetti dell’interrelazione fra ambiente, economia e società – hanno differenze rilevanti sul riconoscimento del ruolo dei mercati e l’organizzazione societaria, della scienza e sulla morale e l’idea stessa di giustizia. Nel primo caso il funzionamento del sistema economico risulta indipendente dai sistemi sociale e ambientale, dai quali è compreso e non riesce così a cogliere le fondamentali relazioni fra il sistema delle conoscenze e dei valori umani e i sistemi ecologici, economici e sociali, specie nel medio- lungo periodo. La definizione di politiche di sostenibilità, nel secondo caso, tiene invece conto del fatto che il sistema economico è un sistema in continua evoluzione all’interno di due sistemi più ampi, sociale e ambientale, che lo comprendono: è quindi un processo che contribuisce ed è frutto dell’evoluzione degli altri sistemi. La principale differenza fra i due approcci è forse il riconoscimento di quale sia il fine ultimo dell’attività economica.

Nel primo caso questo è assolutamente rappresentato dalla crescita economica, ove la maggiore disponibilità di beni e servizi misura la crescita del benessere umano. Inevitabilmente la crescita economica è la condizione necessaria per l’aumento del benessere e quindi della felicità umana. Nel secondo caso il fine ultimo è lo sviluppo, ovvero il miglioramento della qualità della esistenza, non dipendente esclusivamente dalla crescita del sistema economico. Sia ben chiaro, anche i sostenitori della sostituibilità, implicita o esplicita, dei fattori di produzione, che ritengono che il fine ultimo dell’attività economica sia la crescita economica, quale condizione imprescindibile per la crescita del benessere e della felicità, riconoscono la minaccia derivante dai cambiamenti climatici e il degrado ambientale come un problema serio. La loro visione del rapporto fra economia e ambiente sembra però impedire di cogliere la complessità dei trend di insostenibilità delle nostre economie.

Certo è che l’evidenza storica mostra l’impossibilità, nell’ambito delle economie di mercato, di definire risposte durevoli alla crisi economica e ambientale che stiamo attraversando e alle connesse sfide per l’esistente accesso diseguale alla ricchezza e alla sua distribuzione, al degrado e all’esaurimento delle risorse e all’inquinamento. L’analisi dei problemi e delle soluzioni rimane limitata ove l’accumulo di capitale, l’innovazione, la tecnologia e la crescita rimangono non discussi e indiscutibili, così come la lotta al cambiamento climatico e il cambio sistematico verso un’economia decarbonizzata viene condotta prevalentemente attraverso una politica dei prezzi. In definitiva, è la profonda nozione dell’obiettivo (fine) che determina la definizione dei problemi e delle soluzioni.

Nella figura viene illustrata la relazione fra fini e mezzi e il modo con cui questi si relazionano alla sostenibilità e alla giustizia. Nel farlo si è attinto al quadro concettuale sul legame fra fine e mezzi proposto da Herman E. Daly (Economics, Ecology, Ethics: Essays toward a Steady-State Economy, San Francisco, 1980) e dal trilemma etico globale proposto da Jan Otto Andersson e Ralf Eriksson (Elements of Ecological Economics. Routledge, London, 2010) che argomentano come la combinazione dei tre obiettivi sottoscritti dalla maggior parte del genere umano – prosperità, giustizia e sostenibilità – a livello globale rappresenti una sfida enorme.

In figura a) il trilemma di Eriksson e Andersson è considerato risolto, applicando a livello globale la teoria del “trickle down”(se cresce il mondo ricco, “gocce” della crescita ricadranno anche sul mondo povero). Il problema è l’efficiente combinazione nel mercato di tutti i mezzi intermedi verso l’ottenimento del fine ultimo della società la crescita economica e, come risultato, il massimo benessere possibile. La giustizia diviene il risultato della distribuzione attraverso l’iniziale uguaglianza delle opportunità, mentre la sostenibilità è assicurata dalla produzione del capitalismo eco-efficiente (Green Growth, Green Economy). Le risposte delle economie di mercato tendono a sottoscrivere (implicitamente o esplicitamente) questa prospettiva.

La prospettiva alternativa b), che assume la complementarietà dei fattori di produzione, richiede che l’ambiente sia considerato il fine ultimo (non sostituibile) e quindi abbracci la dimensione morale ed etica della relazione fra l’umanità e l’ambiente. Spostarsi dalla quantità (crescita) alla qualità (sviluppo) implica un cambio dal criterio di equità, basato unicamente “sull’uguaglianza delle opportunità” (peraltro discutibile teoricamente ed in pratica non ottenibile globalmente), a un concetto di qualità che affermi lo stesso status per ogni essere umano e sottolinei la dimensione etica del bene comune e del benessere della comunità come base per il rispetto dell’idea di giustizia. Il bene comune rappresenta il benessere complessivo della comunità (individui, famiglie e gruppi intermedi) definito attraverso valori e obiettivi che sono discussi, al di fuori del mercato o della mera sfera economica, attraverso i meccanismi della democrazia partecipativa e dove la questione morale ed etica contribuiscano a determinare il funzionamento della sfera economica.

La discussione sin qui svolta non vuole essere astratta, ma – con più di un pizzico di ottimismo – vuole provare a cogliere alcuni recenti elementi positivi nel dibattito internazionale, a proposito della sostenibilità e del suo significato teorico e pratico, mettendo a confronto due non lontani eventi internazionali: il Summit sullo sviluppo sostenibile tenutosi a Rio nel 2012 (a vent’anni da Rio 1992) e la fondamentale approvazione dell’Agenda 2030 del settembre 2015. La Conferenza di Rio ha visto prevalere una visione rivolta più ad affermare la capacità del mercato a risolvere il problema della sostenibilità dello sviluppo.

L’esito è stato in parte determinato dalla crisi economica della seconda metà del decennio scorso che si accompagnava ai segni sempre più evidenti della crisi ecologica. È stato consequenziale sostenere, date le premesse, che il cambio verso un’economia più rispettosa dell’ambiente, insieme con il rilancio dell’occupazione, richiedevano investimenti ingenti e che tali investimenti si sarebbero potuti avere solo in presenza di alti tassi di crescità economica. L’idea di limite veniva risolta dal sistema dei prezzi capaci di lavorare, anche con l’intervento di misure correttive, prevalentemente di carattere fiscale, in modo da assicurare la perfetta sostituibilità dei fattori produttivi e la sostenibilità della crescita. L’idea del Green Growth, ha così ispirato i contenuti del testo “Il futuro che vogliamo”, il documento licenziato a Rio, che dedica un’intera sezione alla Green Economy.

L’Agenda 2030 segna un rilevante cambio di passo rispetto ai risultati del Vertice tenutasi solo poco più tre anni prima. I suoi 17 obiettivi contemplano l’idea di limite, aprono alla discussione pubblica, pongono in maniera più netta la questione morale delle diseguaglianze, ripropongono lo sviluppo sostenibile nella sua intrinseca visione etica alla ricerca di una società più giusta o, meno ingiusta. Il “Pianeta” diventa così uno dei fini dello sviluppo sostenibile e delle politiche di attuazione dell’Agenda sposando l’approccio dell’economia ecologica e della necessaria conservazione del capitale naturale come bene non sostituibile. “Noi siamo determinati a proteggere il Pianeta dal degrado, anche attraverso il consumo e la produzione sostenibile, gestendo in maniera sostenibile le risorse naturali e agendo rapidamente contro il cambiamento climatico, cosicché esso (il Pianeta) possa sostenere i bisogni delle generazioni attuali e future”, riecheggia ancora la definizione proposta più di trent’anni prima dal Rapporto Bruntland.

I 17 obiettivi di sviluppo sostenibile e i 169 targets cercano di realizzare i diritti umani per tutti, acquisire la parità di genere e la piena legittimazione delle donne e delle ragazze. Essi sono integrati e indivisibili e bilanciano le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: economica, sociale e ambientale. Al centro di tutto il rispetto dei diritti e della dignità umana, della etnicità, della diversità culturale, la piena realizzazione del potenziale umano, la riduzione delle diseguaglianze. Tutto ciò alimenta e si nutre della discussione pubblica sul bene comune, ove gli aspetti morali ed etici prevalgono o determinano il funzionamento del mercato. Certo è che, a fronte degli esiti dell’approvazione dell’Agenda 2030, provengono a livello globale segnali non sempre conseguenti dalla sfera politica. Nel Comunicato del G7 Ambiente di Bologna è stato proposto con forza l’impegno per lavorare al necessario cambio di paradigma e assicurare la coerenza e il contributo delle politiche al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Subito dopo, a New York – nell’ambito del Forum ad alto livello sulla Sostenibilità delle Nazioni Unite (17-19 luglio) – 44 Paesi, compresa l’Italia, hanno quindi presentato le loro strategie di sviluppo nell’ambito del quadro definito dall’Agenda 2030.

I vertici delle Nazioni Unite – Ms. Amina J. Mohammed, Vice Segretario Generale che segue direttamente l’attuazione dell’Agenda 2030 – mostrano grande attenzione a questi temi cui attribuiscono assoluta priorità nella loro azione. Nel contempo, però, gli slogan inneggianti all’interesse nazionale, all’egoismo o all’isolazionismo continuano ad incontrare troppo spesso il favore di ampia parte delle popolazioni allontanando le condizioni per un effettivo, definitivo e globale cambio di paradigma che non sembra, purtroppo, ancora vicino. Nondimeno, occorre mantenere viva la speranza che la comunità internazionale scelga la via della sostenibilità, ponga la questione morale ed etica, la promozione della giustizia e la discussione pubblica, al centro del funzionamento delle proprie democrazie.