Le asprezze tra l’attuale governo e il presidente dell’Inps Tito Boeri non si placano. L’oggetto della disputa è sempre lo stesso: Boeri fa le sue osservazioni, che puntualmente non risultano gradite ai vicepremier Luigi di Maio e Matteo Salvini i quali, a turno, lo accusano di ‘uscire’ da quelli che sono i confini delle sue competenze. Ma quali devono essere i limiti oltre i quali un rappresentante di un’istituzione come l’Inps può esprimere il proprio giudizio pubblicamente? Quando è che si oltrepassa la sottile linea tra ‘fare politica’ e ‘confrontarsi’ sulla base di dati e expertise di diversa natura (da una parte quella di Boeri, dall’altra quella dei neovicepremier)?

Boeri su questo punto non ha esitazioni: “Accusarmi di fare politica è una colossale sciocchezza. Chi mi conosce lo sa: ho sempre detto quello che penso, senza mai preoccuparmi di chi fosse a Palazzo Chigi”, afferma parlando con Repubblica. Può, dunque, un rappresentante di una istituzione come l’Inps, dire ciò che pensa in merito a manovre politiche che impattano sull’ambito di sua competenza? Secondo Guglielmo Loy, presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps, in un’intervista al Mattino, Boeri “non si accorge che va oltre, che entrando nel dettaglio finisce per confliggere con scelte che sono della politica”.

Al contempo, va evidenziato che il confronto aperto è un’impostazione adottata da Boeri da sempre, che non vede favoritismi a determinati partiti o schieramenti, ma solo idee che vengono esposte e che possono essere poi, più o meno condivise. “Non c’è nessun disegno politico da parte di Tito Boeri contro questa maggioranza – aggiunge Loy – S’intrometteva e criticava pure quando c’era Renzi. In questo bisogna riconoscergli coerenza. Lui ritiene che dalla postazione di presidente dell’Inps sia legittimato a fare proposte”.

L’apertura al confronto da parte della politica, dunque, gioca sicuramente un ruolo in questa partita, ma la stessa Inps è fatta da un coro a più voci, e quella di Loy ha le idee abbastanza chiare sul tema al centro della disputa: “L’economista s’impegna in legittime elaborazioni di proposte di natura politica ed economica, che vanno oltre i suoi compiti istituzionali. Un conto è dire se fate Quota 90, l’Inps fatica a pagare le pensioni, un altro è avventurarsi in scelte legislative – osserva – Spesso non si distingue tra il presidente dell’Inps e il professore della Bocconi. E questo non fa bene né a lui né all’ente“.

Sulla scia delle polemiche, se da una parte si mette in dubbio l’ultimazione di un mandato – quello di Boeri – destinato a scadere nel giro di sei mesi, dall’altra arrivano smentite su presunte dimissioni da parte del presidente Inps, rese note da imprecisate fonti. “E perché mai? – afferma Boeri rispondendo a Repubblica – Il mio incarico scade nel febbraio 2019. Fino ad allora io non mi muovo di qui. Ho un mandato, e lo porto a termine. Se mi vogliono cacciare prima, lo facciano. Se no, se ne riparla con l’anno nuovo”. Con il M5S ci sono “normali rapporti istituzionali. Di Maio l’ho incontrato due volte, mi è sembrata una persona ragionevole, disposta ad ascoltare. Con Fico ci sono state più occasioni”, dice Boeri. Matteo Salvini “non l’ho mai incontrato, e forse a questo punto è meglio così”. Quanto al ministro dell’Economia Giovanni Tria, “ho condiviso dalla prima all’ultima parola tutti gli interventi pubblici che ha fatto finora”. L’economista ribadisce le proprie posizioni, a cominciare dall’immigrazione: “Siamo tutti d’accordo che va contrastata quella irregolare, ma l’unico modo per farlo è aumentare quella regolare”, dichiara. “Se azzeriamo l’ immigrazione, in una legislatura perdiamo 700 mila persone under 34″. Sulle pensioni, “quota 100 costa fino a 20 miliardi l’anno, a seconda del requisito anagrafico. Dove li trovano?”, e inoltre “in pensione dopo 41 anni di contributi significa 750 mila pensionati in più”, sottolinea Boeri. “Ma lo sanno che ogni abbassamento dell’età pensionabile riduce l’occupazione, perché il lavoro costa di più? Chi pagherà le pensioni ai giovani?”. In merito al reddito di cittadinanza, “rimettere in piedi i centri per l’impiego con 2 miliardi è un’impresa quasi disperata“, osserva il presidente dell’Inps, secondo cui avrebbe più senso rifinanziare il Rei, che “con 6 miliardi aggiuntivi potrebbe essere esteso all’ 80% delle famiglie povere”.