Quando si fa pubblicità l’utente finale deve saperlo. È così da sempre su giornali, radio e tv. Differente è la situazione per internet, nota ormai per essere sottoposta a regolamentazioni poco chiare o completamente inesistenti. A far discutere da anni sono le pubblicità sui social network, accusate da più parti di essere occulte, poco chiare e scarsamente trasparenti. Ad un anno di distanza dalla prima azione, l’Antitrust è nuovamente intervenuta a inizio agosto in materia di “influencer marketing” nei social network, ribadendo che la pubblicità deve essere chiaramente riconoscibile come tale, “affinché l’intento commerciale di una comunicazione sia percepibile dal consumatore”. Stop dunque a foto, video e stories a sostegno dei brand senza indicare che si tratta di un vero e proprio spot.

Per l’autorità gli influencer non possono “lasciar credere di agire in modo spontaneo e disinteressato se, in realtà, stanno promuovendo un brand”. Per far questo chiede che vengano inserite, a corredo di foto e video degli influencer, alcune avvertenze e gli hastag dedicati come #pubblicità, #advertising, #sponsorizzato e così via. Un modo come un altro che serve ad avvisare gli utenti della mission reale del post. Come succede per la pubblicità in tv. Come su tutti gli altri mezzi di comunicazione.
Il mondo dei social, inizialmente in subbuglio per le novità, si sta adattando molto velocemente.

Impegnata in prima persona nell’educazione alle nuove regole è Giulia Nati (www.giulianati.com), imprenditrice digitale dal 2014, 827mila follower su Instagram, con studi alle spalle di moda e social media marketing, che ha fondato la “Giulia Nati Academy”. “Si tratta di una vera e propria accademia del social media marketing – dice a Fortune Italia – con 75 ragazze iscritte che seguono 25 materie diverse. Una di queste è proprio connessa alla regolamentazione sui social. L’obiettivo dell’accademia per i prossimi mesi è di allargare la materia su questo argomento”.

Sono assolutamente d’accordo con la moral suasion dell’Antitrust – continua Nati – perché è legata alla trasparenza in un settore per anni non regolamentato. Credo che, come in tutti i lavori, anche nell’imprenditoria digitale bisogna operare secondo le regole e in maniera professionale. In questo settore è importantissimo il rapporto di fiducia tra gli influencer e il grande pubblico che segue e mette like ai post. Maggiori regole significano una legittimazione sempre più importante di questo lavoro” – conclude.

Le abitudini degli influencer sono effettivamente cambiate. Lo dice anche l’Antitrust che parla di “condotte in senso più trasparente per i consumatori: si è osservato un maggior utilizzo di hashtag e riferimenti idonei a rivelare la natura pubblicitaria delle comunicazioni”. Non tutte le aziende la pensano così: non sono pochi gli influencer che decidono di omettere le informazioni riguardanti gli advertising. Perché farlo? A Fortune Italia Rosaria Cannavò, 111 mila follower, imprenditrice digitale da 3 anni dice che “molte aziende pensano che omettere le finalità pubblicitarie possa risultare più efficace perché appare più spontaneo; sembra, cioè, che la scelta di usare questo o quel prodotto sia frutto di una mera preferenza non legata ai guadagni della pubblicità. Io personalmente ho sempre inserito gli hashtag dell’advertising, sin dal primo intervento dell’Antitrust. Per me – continua Cannavò – viene prima di tutto la trasparenza nei confronti dei miei follower”. Nel settore, conclude, “si sente la necessità di essere regolati e andare verso una professionalizzazione costante di questo lavoro”.

Segnali questi che dimostrano la crescente sensibilità e attenzione per la regolamentazione della rete e alimenta la speranza che si possa parlare sempre maggiormente di responsabilità nei confronti della materia pubblicitaria. Lo scenario è ancora in evoluzione ma i risultati fanno ben sperare.