Mario Moretti Polegato (65 anni) è l’imprenditore che ha ideato la scarpa che respira. Si autodefinisce un inventore, lo Steve Jobs di Montebelluna. Oggi la sua Geox esporta in 115 Paesi, con un fatturato di 884 milioni di euro. Fa parte del gruppo dei 42 miliardari italiani (al 25° posto), con un patrimonio personale di 2 miliardi di euro. Parla dei fattori chiave per portare un’azienda al successo, su tutti innovazione e brevetti, e delle qualità che deve avere un imprenditore, dalla cultura al rispetto delle persone.

Dottor Polegato, quanto conta oggi differenziarsi sul mercato con un prodotto innovativo?

“Oggi è la strategia fondamentale per poter essere presenti nel mercato, perché il processo della globalizzazione ha dato modo a molte nuove aziende di nuovi Paesi di proporsi in qualsiasi settore. Di conseguenza le aziende che oggi vanno meglio sono quelle che hanno prodotti diversi. Questa diversità è frutto, per quel che ci riguarda, della ricerca, ma soprattutto è frutto anche di una unicità protetta: uno dei segreti di Geox è di aver sempre protetto le proprie innovazioni con i brevetti”.

Il settore calzaturiero in Italia è in crescita. Secondo la sua esperienza, quali sono gli elementi per un così grande successo di pubblico? Più innovazione, marketing o design?

“È difficile poter rispondere, perché in Italia ci sono moltissimi marchi di aziende che sono delle ottime calzature. Addirittura oggi l’immagine della calzatura italiana è ai primi posti nel mondo per la qualità, per il design, per la pelle e soprattutto per l’artigianalità. Noi però rappresentiamo un qualcosa di innovativo, perché siamo l’unico marchio di calzature che ha una distribuzione mondiale in 115 Paesi al mondo con più di mille negozi: in tutti i Paesi dove noi operiamo apriamo una nostra filiale e parliamo direttamente al consumatore finale. Siamo un promotore del sistema Italia perché abbiamo costruito questa distribuzione mondiale che permette al consumatore mondiale di trovare la scarpa italiana nella propria città a un prezzo più ragionevole perché vinciamo nel settore medio alto. Il prodotto è unico perché contiene due caratteristiche: da una parte l’innovazione e dall’altra la fama della scarpa italiana”.

Quale innovazione?

“Una rivoluzione a 360 gradi. La suola di gomma capace di respirare. Oggi il 95% dell’umanità usa le scarpe con suole di gomma. Solo il 5% usa le scarpe con suole di cuoio. La suola di gomma purtroppo non traspira, quindi è in antesi con quello di cui il nostro piede ha bisogno. Noi abbiamo una membrana interna unica al mondo che fa passare il vapore e non l’acqua e quindi alla fine lascia i piedi costantemente asciutti. È la stessa membrana usata dalla tuta degli astronauti, che però noi abbiamo ricostruito, perché quella è usata nell’abbigliamento. Noi l’abbiamo adattata alla pianta del piede”.

Come Le è venuta questa intuizione?

“Io voglio definirmi un inventore. Oggi sono anche un imprenditore. Ho avuto l’intuizione di risolvere un problema personale trovandomi a camminare in un deserto con le suola di gomma. Provenivo dal settore dell’agricoltura e dei vini. Soffrendo con i piedi per questo problema antipatico che si ha con le suole di gomma, avevo in tasca un coltellino e ho fatto nelle suole un foro improvvisato. Da là poi mi è venuta l’idea di studiare la tecnologia e mi è venuta l’idea di costruire poi la membrana e di brevettare la suola capace di respirare. Abbiamo poi abbinato questa tecnologia al design italiano”.

Lei aveva proposto questo prototipo della scarpa che respira, ma è stato respinto da varie aziende. Secondo lei perché? Quanto conta la lungimiranza e la determinazione nel business?

“Quando un inventore crea qualcosa ha sempre un grande ottimismo e sicurezza di quello che ha fatto. Ho cercato un partner e visitato le più grandi aziende del mondo, soprattutto dello sport, i grandi marchi che tutti oggi noi conosciamo. Però sostanzialmente non mi hanno capito. Mi sono trovato in imbarazzo davanti a questo diniego. E mi sono convinto a sfidare me stesso. La mia storia si è formata come quella di Steve Jobs. A Montebelluna, nella provincia di Treviso, siamo partiti in un garage con cinque persone, cinque ragazzi studenti. Le cinque persone sono diventate 50, poi 500 e 5.000. Oggi nel gruppo nel gruppo Geox operano 30mila persone”.

Quindi un mix di idea vincente e di talento?

“È un mix di questa nuova tecnologia, ma anche l’abilità di averla saputa gestire, perché molto spesso ci sono tante buone idee, ma alla fine non vengono gestite bene. Poi la protezione intellettuale. Ci sono tante persone che hanno idee, ma non le brevettano. Infine il sistema organizzativo per far crescere lo staff di persone, perché per arrivare a questa cifra di collaboratori non è stato facile. Sin dai primi passi abbiamo creato delle scuole interne di formazione, che abbiamo tuttora, dove invitiamo i ragazzi a partecipare a dei corsi con dei tutor [Geox School] che variano a seconda della necessità dell’azienda. Durano dai 4 ai 5 mesi e sono rivolti a ragazzi che si sono laureati nelle materie che poi naturalmente devono sviluppare in campo lavorativo. Poi vengono assunti”.

Qual è il mercato che preferisce?

L’Italia rappresenta circa il 30% del nostro fatturato. Il mercato europeo è oggi per noi quello più importante, ma stiamo crescendo bene fuori dal continente, in paesi come la Russia, il Canada, e in particolare la Cina, dove abbiamo già aperto 100 negozi“.

Quali son i vostri numeri?

“Siamo un brand globale dove operano tra diretti e indiretti 30mila addetti. Siamo presenti in 115 Paesi al mondo con 1.150 negozi monomarca e abbiamo creato un brand awareness, cioè una riconoscibilità del marchio da parte del 65% dei consumatori. Abbiamo 4 tecnologie. La suola di gomma che respira, la suola di cuoio che non si bagna, Anfibiox in pelle impermeabile, Nebula col massimo grado di traspirazione e di comfort. Infine la giacca che respira. L’1% del fatturato lo investiamo in ricerca e sviluppo””.

Che cosa l’appassiona maggiormente nel Suo lavoro?

“La chiave per rilanciare l’economia italiana. Il nostro esempio dovrebbe essere seguito da molti imprenditori, nel senso che in Italia abbiamo molto creatività, ma spesso non riusciamo a trasformare un’idea in un business. Questo perché non sappiamo valutare l’importanza della proprietà intellettuale dei brevetti”.

Può darci tre consigli per i giovani e 3 per gli imprenditori?

“Tutti dovremmo spiegare che cosa vuol dire innovare. Primo, creare o modificare qualcosa. Secondo, ogni miglioria o creatività dev’essere protetta con brevetto. Terzo, collaborazione con le università. Per i giovani dico: dovete imparare a diventare imprenditori di voi stessi. Se usiamo bene il nostro cervello, sia che siamo dipendenti sia che siamo in proprio, possiamo migliorare la società”.

Ci parli del “Ponte del sorriso” e di “Valemour”

“Un’azienda come la nostra deve essere generosa e preoccuparsi anche del mondo esterno. Noi abbiamo un comitato etico all’interno e diverse iniziative. Non doniamo del denaro, ma partecipiamo a queste iniziative. “Valemour” riguarda le persone affette dalla sindrome di Down. Abbiamo deciso di farli collaborare nel lavoro. Nei nostri centri in Italia loro dipingono a mano la pelle. Il marchio è Valemour, venduto nei nostri negozi. Col “Ponte del Sorriso” aiutiamo un orfanatrofio in Romania con ragazzi portatori di handicap”.

Quindi si può avere successo, essere miliardari e aiutare gli altri?

“Questa è una logica consequenziale di un’azienda come la nostra”.

C’è qualcosa in cui dovete migliorarvi?

“Abbiamo uno staff di persone concentrate con l’obiettivo di crescere. Duplicare i nostri negozi in Cina e in Russia”.

Polegato, esiste secondo lei in un rapporto tra successo intelligenza e ricchezza?

Io concentrerei tutto sull’intelligenza, perché vede l’intelligenza deve essere stimolata. Non ha un problema finanziario l’Italia per rilanciare la sua immagine nel mondo. Ha un problema culturale che deve nascere fin dalla scuola. Educare i ragazzi e preparare i docenti che hanno programmi arretrati. Dobbiamo stimolare il cervello a ragionare. Da qui nascono le idee. La ricchezza è una logica conseguenziale a questo. Non ci sono scorciatoie per la ricchezza. E poi la fortuna, che aiuta. Un ragazzo mi ha chiesto: Lei vuole essere eletto? Ho risposto: Io non voglio essere eletto, ma ascoltato!”.

Lei si considera fortunato?

“Direi che molte persone vorrebbero realizzare questo sogno. Ma non mi sento una persona fortunata perché sono ricco. Mi sento a disposizione dell’Italia per poter dare il mio contributo soprattutto nelle scuole dove insegno”.

La Sua vita è cambiata molto da quando è nata Geox?

“Oggi vivo in uno scenario mondiale. Sono membro del World Economic Forum di Davos. Ho persone importanti amiche che sento periodicamente. Sono presidente del board dell’European Patent Office. Ogni anno selezioniamo le migliori innovazioni”.

Lei conosce gli altri imprenditori miliardari?

“Sì, ci vediamo a Davos ogni anno. Siamo pochissimi imprenditori italiani dove c’è tutto il mondo. Ci vorrebbe una presenza più significativa dell’Italia e degli imprenditori italiani. Cerchiamo di dare consigli al presidente di Confindustria attuale, Boccia”.

Quante ore lavora al giorno?

“Fortunatamente ho uno staff di persone che mi organizzano i viaggi”.

Quali sono i Suoi primi tre valori come uomo?

“Primo: La precisione in tutto. Sapere rispettare gli altri a ogni livello. Ogni persona ha una dignità e dobbiamo rispettare anche chi ha una mentalità diversa dalla nostra. Secondo: Cultura. Per avere la cultura bisogna conoscere le lingue. Terzo: Libertà. La libertà non ha prezzo. Io rispetto tutti, però ho la possibilità di dire quello che penso, in maniera corretta e senza offendere nessuno”.

Anche la libertà finanziaria?

“Anche. Guardi, la ricchezza non serve per sfoggiare un gioiello o un’automobile, ma per avere senso di libertà e non avere vincoli”.

Le Sue passioni?

“Mi piace il cavallo e mi piace vivere il Veneto, trovarmi con i miei amici la domenica a mangiare uno spiedo, prima di ripartire il lunedì per andare in giro per il mondo”.