Le piccole e medie imprese iniziano a scommettere sui mini bond. Permettono di finanziarsi al di là del credito bancario e sono una vera palestra per le aziende che vogliono testare le loro abilità sul mercato mobiliare. Da quando nel 2012 il decreto Sviluppo ha spinto anche le non quotate a emettere debito, in Italia sono state contate poco meno di 500 mini-obbligazioni destinate agli investitori istituzionali, per un controvalore che sfiora i 17 miliardi di euro di raccolta. Parte di questi soldi sono finiti nelle casse delle piccole e medie imprese: il valore nominale delle loro emissioni tocca i 3 miliardi, ma lo strumento piace e tra chi fa debito quasi una società su due è medio-piccola.

A monitorare il mercato è l’Osservatorio mini-bond del Politecnico di Milano. Dopo aver certificato i risultati da record del 2017 – 170 emissioni per 5,5 miliardi di controvalore – si pesano ora i primi numeri del 2018: nel trimestre chiuso a marzo, sono state 15 le obbligazioni emesse, per 321,8 milioni di euro. Le pmi attive sono state quattro e hanno raccolto in totale 10,7 milioni. Tanti, pochi? “Ci sono diverse decine di piccole società che ogni anno fanno emissioni di mini-bond, ma in Italia le pmi sono migliaia: il potenziale è enorme”, spiega a Fortune Italia Giancarlo Giudici, direttore scientifico dell’Osservatorio.

Chi sceglie di entrare nel mercato obbligazionario può avere obiettivi di breve e lungo periodo. Nell’immediato, nota Giudici, i mini-bond possono servire a “finanziare il capitale circolante”, con pagamento della cedola “molto ravvicinata” alla data di emissione. Storia diversa per chi ragiona in un’ottica di lungo periodo: i mini-bond a sei-sette anni possono servire “a rifinanziare il debito già esistente o per sostenere le ambizioni di crescita di una pmi” che per esempio punta ad ampliare il proprio perimetro per linee interne o esterne.

Rispetto al tradizionale credito bancario, con il valore medio delle cedole che ruota attorno al 5% le obbligazioni “difficilmente” risultano più convenienti. Ma per molte società rappresentano forse l’unica vera possibilità di finanziamento: “Non tutte le banche sono disponibili a sostenere le imprese nel lungo termine e i mini-bond coprono quella una parte di mercato che non arriva a ottenere i tradizionali prestiti”, sottolinea Giudici.

Ma i mini-bond sono anche una buona palestra finanziaria per le imprese che vogliono scrollarsi di dosso l’etichetta di pmi: “Si emettono per coltivare competenze nuove, attirare investitori e capire cosa vuol dire lavorare con loro. L’obiettivo può essere preparare operazioni più complesse, come una quotazione o il private equity”.

C’è poi una componente, chiamiamola così, narcisistica che spesso supera anche le necessità nei conti. Vendere porzioni del proprio debito agli investitori istituzionali permette – soprattutto alle pmi – di avere “molta visibilità” e questo non guasta in un mondo dove l’immagine è tutto: “Emettere una obbligazione significa essere presenti sul mercato; si diventa riconoscibili” e anche grazie al codice Isin si può essere rintracciati ovunque con una rapida ricerca tra emittenti.

Tra le forme alternative al credito bancario, in questi anni i mini-bond hanno corso più veloce del direct landing, del crowdfunding classico e dell’avveniristica Initial Coin Offering. Ma per accelerare ancora sull’emissione delle obbligazioni è meglio evitare scorciatoie: “Fortunatamente – dice Giudici – in Italia non si possono collocare mini-bond al pubblico retail via Internet”. Il resto dell’Europa non è così stringente e la possibilità è contemplata nel Regno Unito e lo era in Germania, “dove c’è stato un bagno di sangue” con alcune piccole imprese incapaci di ripagare gli investitori. “Il meglio che può capitare a un obbligazionista è ottenere la cedola promessa, ma può andare molto peggio: se una impresa è insolvente si perde tutto. Sarebbe pericoloso per un mercato come quello italiano promettere dei rendimenti che non possono poi essere mantenuti”.

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