(Di Nicola Sellitti) – Il franchising globale del calcio, strada alternativa per produrre gol e profitti. Mentre il Fair Play Finanziario comincia a dettare l’agenda anche nei top club europei – il Paris Saint Germain deve incassare 70 milioni di euro entro fine giugno, come l’Inter – il modello imposto dal Manchester City negli ultimi anni si rafforza, con una serie di società satellite del club inglese disseminate sul mappamondo del pallone. Ma il look da golfista e l’estetica del pallone di Pep Guardiola, da poco campione d’Inghilterra, è solo un passpartout per il City Football Group, la holding – che nel gioco delle scatole cinesi è sotto gli occhi dell’Abu Dhabi United Group, dello sceicco Al Mansour -, che controlla l’87% delle azioni del Manchester City, per affacciarsi in altri Paesi, continenti. E produrre ricchezza.

Negli ultimi sei anni, il gruppo ha investito negli Stati Uniti (quote di maggioranza del New York FC, ex squadra di Pirlo, nella Major Soccer League), Australia (minoranza al Melbourne City), Uruguay (Torque), Giappone (Yokohama Marinos), Singapore (City of Football) Europa (in Spagna, al Girona, in Liga). Così è divenuto un Leviatano del pallone. Sotto il cappello del City Group, squadre in campo con la maglia azzurra e con la denominazione City. Che nelle città dove ha investito ora si ritrova anche accademie, centri di formazione, uffici, società di marketing. Tutti pezzi del puzzle per il disegno della mente dell’operazione, Ferran Soriano, dirigente del Manchester City, con Guardiola al Barcellona e che voleva applicare il suo progetto in Catalogna, convinto che un club con un seguito di 500 milioni di fan non potesse produrre un giro d’affari da appena 500 milioni di euro. E che quindi serviva qualcosa di diverso, un collante globale che sfruttasse le potenzialità del suo marchio in ogni angolo del mondo.

Il primo passo è avvenuto nel 2012, con l’acquisto di uno slot nella Major Soccer League per il New York City appena acquistato, costo 100 milioni di euro (ora il club vale quasi il triplo) e poi spese in Oriente, Australia, in Europa. Creando così il sistema City, che produce calciatori, dirigenti, manager, ma anche medici, fisioterapisti che lavorano con un’idea comune, con una sola metodologia. Un database utile per tutti. Nel caso dei calciatori, accade che siano rivenduti con significative plusvalenze. Mentre sul piano commerciale, il sistema City intreccia il suo brand internazionale con il mercato locale. E contribuiscono anche le multinazionali, che firmano contratti di sponsorizzazione con più club sotto la sigla City. Dunque, si è venuto a creare un sistema tipo Google o della Coca Cola del calcio, come scriveva The Guardian. E la bibita con le bollicine in questo caso è il Manchester City, utilizzatore finale, che si gode la stella australiana del futuro oppure il manager cresciuto nella Grande Mela.

Il modello è vincente, non infallibile perché in alcuni casi ha prodotto perdite, soprattutto alternativo alle spese pazze – che pure il City non si nega, ma lo stesso Guardiola mesi fa ha spiegato che il club non avrebbe mai speso 200 milioni per un calciatore, come il Psg per Neymar – che finiscono nella morsa del Fair Play Finanziario. Ecco così che scade il ritornello sugli sceicchi del City con la cassaforte sempre aperta. E ora c’è la Cina, per un paio di anni l’Eldorado, tra ingaggi a svariati zeri per (più o meno) campioni e indennizzi che hanno sistemato i bilanci di parecchi club, anche italiani. Ma il City Group ha approntato un piano diverso per farsi strada nella Grande Muraglia, tra investimenti in 50 mila scuole calcio in dieci anni – la prima aperta a Pechino, l’anno scorso – e ora con la squadra di e-sports del Manchester City che sarà al via nel campionato asiatico, nell’Online Star League. Perché, in attesa del primo club di proprietà cinese, anche pc, joystick e smartphone generano flussi milionari, password d’accesso al calcio del nuovo millennio.