Il mercato delle imprese finalizzate a innovare il mondo finanziario è sempre più ampio, anche in Italia. L’ecosistema fintech si sta allargando, e dai primi passi nel mondo dei pagamenti digitali sta portando tecnologie e servizi anche nei settori delle banche, delle assicurazioni, dei prestiti, della cybersecurity e della regolamentazione. Da quando, nel settembre 2017, è stato inaugurato a Milano il Fintech District, creato da SellaLab e Copernico, Milano è diventata ufficialmente la capitale del fintech italiano, con una fitta community di operatori del settore. L’atteggiamento iniziale di scetticismo dei player tradizionali del mondo finance e delle banche rispetto alle startup sta gradualmente virando verso la consapevolezza della necessità di integrare i servizi tradizionali con i nuovi concorrenti digitali.

Secondo l’analisi dell’ecosistema fintech in Italia pubblicato nel 2018 da PwC e NetConsulting Cube, nel 2016 le startup fintech nel mondo hanno raccolto circa 25 miliardi di dollari di investimento, segnando un -47% rispetto al 2015, un calo che secondo il report è attribuibile ad un decremento delle operazioni di Merger and Acquisition e di Private Equity. Tuttavia, crescono gli investimenti di Venture Capital (circa 14 miliardi di dollari per 840 deal) e di Corporate Venture Capital (8,5 miliardi di dollari per 145 operazioni): un segno di come il settore sia attraente per banche e OTT che stanno attraversando una fase di trasformazione digitale. Stringendo il campo sull’Europa, Londra continua ad essere la capitale europea del fintech, ma il Regno Unito ha avuto un calo degli investimenti (-34%) in seguito all’incertezza legata alla Brexit. Per quanto riguarda l’Italia, invece, la crescita è stata netta: nel 2016 le fintech italiane hanno raccolto investimenti per 33,6 milioni di euro, mentre nel 2015 la raccolta si era fermata a 19 milioni.

L’universo fintech è vario e la sua rapida espansione tocca ambiti diversi. Le aziende del settore si possono dividere in due grandi aree. Da una parte ci sono quelle che offrono servizi bancari servendosi di piattaforme digitali, entrando in diretta concorrenza con gli istituti tradizionali: rientrano in questa categoria i prestiti (social lending), i pagamenti, il Wealth management e i Robo Advisor, il crowdfunding, le assicurazioni (insurtech) e le monete digitali. Dall’altra ci sono le startup che sviluppano soluzioni B2B che possono essere integrate nei sistemi degli istituti bancari: sotto questo cappello troviamo le Regtech, i Robot Advisor B2B, e tutte le startup il cui core business non è strettamente legato ai servizi bancari ma innova in ambito AI, analisi di big data, cybersicurezza e blockchain.

Stando al Registro delle Imprese, sono 235 le startup fintech italiane, una minoranza rispetto all’ecosistema generale. Ma i distretti stanno crescendo: nel 2017 per la prima volta Deloitte ha incluso l’Italia nella classifica dei fintech hub del mondo. Tra gli incubatori italiani, il già citato Fintech District di SellaLab è sicuramente quello più importante per il settore. Banca Sella ha già da tempo definito un percorso per coltivare realtà fintech al suo interno, con un periodo di incubazione attraverso SellaLab e di accelerazione in Sella Ventures. Altri attori che stanno rivolgendo l’attenzione al fintech sono Digital Magics (che sostiene le startup Growish e Solo) e DPixel. Nel 2016 è nato Supernovae Labs, acceleratore FinTech per far incontrare startup e grandi player: 18 sono le realtà incubate.

La metà dei più attivi fondi italiani sta puntando sul fintech: Innogest Sgr ha investito su Prestiamoci e sul circuito di moneta alternativa Sardex, P101 ha nel suo portafoglio Borsa del Credito su cui ha investito un milione, United Ventures ha sostenuto MoneyFarm; H-Farm Ventures ha scommesso sull’insurtech di MioAssicuratore, e sulle realtà Responsa (Piattaforma di Knowledge Management) e Soldo (Soluzioni di Payments & Remittance), mentre il network Italian Angels for Growth ha puntato su Get your bill, partecipando al 20% del capitale.

Le banche italiane maggiormente attente alle startup fintech sono quelle più grandi. Intesa Sanpaolo ha costituito il fondo di Corporate Venture Capital Neva Finventures, che potrà raggiungere un valore complessivo di 100 milioni; Unicredit ha aperto il fondo EVO (acronimo di equity venture opportunities) in joint venture con Anthemis Group, con una dotazione di 175 milioni; Banca Sella, come già detto, ha Sella Ventures; CheBanca ha avviato il programma CheBanca Digital Bridge per individuare startup fintech interessanti per l’istituto. Tuttavia, il sistema bancario italiano è costituito per la maggior parte da realtà territoriali di medie dimensioni, ancora piuttosto lontane dal mondo fintech.

Ma quali sono le aree su cui converrà puntare nei prossimi anni? Oggi il settore globalmente più sviluppato del fintech è quello dei pagamenti, ma la blockchain sta acquistando terreno: secondo CB Insights, nel 2016 sono stati investiti 544 milioni di dollari in 132 operazioni realizzate da operatori di Venture Capital nei confronti di startup in ambito Blockchain e Bitcoin. Ma nei prossimi anni i trend che segneranno la crescita più significativa sono altri due: innanzitutto i Robo-Advisor, che secondo gli analisti di mercato, raggiungeranno 100 trilioni di dollari in masse gestite entro il 2020; e poi il settore dell’intelligenza artificiale e la Data Analytics a supporto della Customer Experience.