L’allarme più recente l’ha lanciato l’Ispra. In Italia il consumo di suolo avanza al ritmo di 2 metri quadrati al secondo: nel 2017 sono stati ricoperti di cemento 52 km quadrati di terreno. La rigenerazione urbana, ovvero il recupero e la riqualificazione del patrimonio edilizio, viene spesso indicata come una soluzione al problema. Ma bisogna sapere come farla.

Un utilizzo sbagliato delle iniziative di rigenerazione, infatti, può addirittura aggravare la problematica del consumo di suolo, ed è esattamente quanto sta accadendo in Italia, secondo il Presidente di Enea Federico Testa: “il modello convenzionale di rigenerazione urbana degli ultimi anni si è focalizzato sullo sviluppo di nuove aree edificabili soprattutto nelle aree periferiche urbane, dove, a fronte di nuovi centri commerciali e aree fieristiche, sono stati associati servizi pubblici con scuole o aree sportive, arrivando a delineare un modello di business economico e sociale soddisfacente, sia per le aziende che per le PA. Tuttavia è proprio da questa esigenza di concentrare tutto sulle nuove aree per fare da volano alle aree da recuperare che è emersa anche la criticità del modello, basato su un elevato consumo di suolo”.

Secondo il Presidente di Enea la soluzione al problema all’estero esiste già, o perlomeno è parzialmente attuabile: “dobbiamo cercare dei modelli di rigenerazione urbana alternativi come ad esempio quelli adottati in alcuni Paesi del centro e nord Europa con la riqualificazione di grandi complessi gestiti da aziende che vengono poi affittati ad inquilini privati”, ha detto il Presidente di Enea. Ma in Italia il quadro è diverso: “a parte il caso dell’edilizia sociale, abbiamo una percentuale molto elevata di cittadini proprietari della propria abitazione (73% in Italia contro 52% in Germania) o in affitto da un proprietario non aziendale, con una frammentazione che rende quel modello solo limitatamente attuabile”.

L’unica vera risorsa per i cittadini italiani, al momento, sembra lo spirito d’iniziativa, e solo per quanto riguarda la riqualificazione energetica della propria abitazione: “di fatto l’unico modello oggi a disposizione del singolo è quello connesso agli incentivi concessi per la riqualificazione energetica”. Ma ognuno è costretto a farlo per conto suo, senza l’aiuto e la guida di nessuno, e questo può far desistere da uno sforzo del genere. “Il cittadino si trova essenzialmente da solo nelle proprie decisioni sia tecniche che finanziarie, scontando un approccio singolo ed inesperto che porta a tempi di ritorno dell’investimento piuttosto elevati (facilmente maggiore di 20 anni), tali da farlo desistere. In ogni caso il risultato è connesso alla riqualificazione dell’abitazione piuttosto che dell’edificio, e quindi l’applicazione copre un mercato più ristretto di quanto sarebbe necessario”.

Eppure il modello degli incentivi per la riqualificazione è fondamentale, soprattutto considerando che è possibile unirlo a interventi antisismici. “I nuovi meccanismi consentono a tutti di cedere le detrazioni a chi decide di farsi carico degli interventi. Inoltre se si fanno insieme riqualificazione e messa in sicurezza i costi si riducono di molto: la detrazione può salire dall’80% all’85%, se si riducono di 2 o più classi di rischio. Insomma grazie ai risparmi ottenuti con l’efficienza energetica, si finanzia anche l’anti-sismica”, ha detto Testa. Una corretta applicazione degli incentivi sarebbe fondamentale per un Paese come il nostro: “moltissimi cittadini italiani vivono in grandi condomìni costruiti negli anni ‘50, ‘60 e ‘70 in quartieri che sono spesso fra i più degradati del Paese, senza nessuna attenzione agli aspetti ambientali ed energetici. Su questi immobili non sono mai stati fatti interventi di efficientamento che invece potrebbero far risparmiare fino al 60% dei consumi e attivare investimenti, con benefici per la filiera edilizia”.

Ma un’opportunità da sfruttare esiste e la indica la Commissione Europea: “un modello innovativo, in grado di superare queste barriere” di ostacolo alla riqualificazione energetica e alla rigenerazione urbana, “sono gli ‘smart district’ pilota, le cosiddette ‘Lighthouse Cities’ o ‘Città Faro’. Modelli di rigenerazione di interi quartieri parzialmente finanziati dal programma Europeo Horizon 2020”. Si sta realizzando questo tipo di interventi “in vari contesti europei, con approccio ‘di distretto’. Puntano a identificare soluzioni comuni di rigenerazione in grado di massimizzare il risparmio energetico, minimizzare i costi, valorizzare la manodopera e le produzioni a km zero”. Inoltre forniscono ai cittadini “anche supporto per la progettazione, l’acquisto dei componenti e l’accesso al credito, coinvolgendo PA ed istituti di credito”.

Sappiamo già molto sul problema del consumo di suolo: grazie ai numeri forniti da studi come quello dell’Ispra, conosciamo la gravità della situazione attuale. Ma per spingerci a prendere attivamente una decisione che cambi in maniera radicale i nostri modelli urbanistici servono anche dati che mostrino come cambiare convenga. Lo stesso Ministro dell’ambiente Sergio Costa, durante la presentazione dei dati Ispra, aveva parlato di “bilancio ecologico preventivo”. Il Ministro vorrebbe che venisse valutato “quanto costa al cittadino”, sia da un punto di vista ecologico che sociale, “cementificare o comunque costruire qualcosa di nuovo” per capire così il ‘peso’ sul territorio. Per Costa bisogna pensare, prima ancora di costruire il ‘nuovo’, a tutto quello che nelle città è “recuperabile”.

Enea, intanto, può già fornire dati che facciano capire come il cambiamento convenga, anche economicamente: da uno studio del nuovo modello di rigenerazione urbana applicato al caso di un quartiere romano, condotto da Enea e Inarch, è emerso che, in media, “il tempo di ritorno dell’investimento con i processi sopra descritti può arrivare a circa 10 anni portando ad un abbattimento dei consumi fino all’80-85 %”, ha detto Testa. “Questa durata è compatibile con i tempi di recupero degli incentivi in modo che il valore economico del risparmio generato annualmente possa coprire interamente il costo della rata di mutuo dell’investimento. In sostanza il cittadino fin da subito non ha nessun peso sul suo bilancio economico, nessun problema di scelta tecnica non garantita, si trova in una casa molto più performante dal punto di vista del confort, con un valore patrimoniale decisamente più elevato e dopo dieci anni ha un abbattimento drastico dei costi energetici”.

Ma per massimizzare l’efficienza dei progetti serve la politica: “il rapporto tra il denaro investito per l’avvio del progetto ed il volume di investimento privato che il progetto è in grado di aggregare potrebbero divenire una leva vincente per cambiare intere città. Ovviamente si tratta di un processo innovativo che accanto a competenze tecniche mette insieme aspetti sociali e politici connessi alla capacità di aggregare delle comunità intorno ai progetti che richiedono nuovi strumenti procedurali e tecnici, come le Smart Energy Communities, da combinare con interventi che puntino a realizzare economie di sharing nel quartiere con l’introduzione di tecnologie block chain per lo scambio garantito di beni, competenze e servizi”. Insomma un vero modello di economia circolare.

La sperimentazione in Italia è già cominciata, anche grazie ad Enea, che secondo il suo Presidente è “all’avanguardia in queste realizzazioni pilota in varie parti d’Italia, in collaborazione con Pa, enti locali, imprese: stiamo conducendo progetti a Brescia, nel quartiere romano di Centocelle con una Smart Energy Community, a L’Aquila con una esperienza di smart community”. E poi ancora “nel nostro Smart Village del Centro ricerche Casaccia per esperienze innovative di flessibilità elettrica, a Matera dove abbiamo realizzato una rete sociale urbana, e ora stiamo avviando un progetto per l’utilizzo del 5G nelle smart homes per efficienza energetica ed assisted living. Le sperimentazioni condotte nei dimostratori pilota di Smart District in circa 20 città europee stanno dimostrando la validità di questo approccio con prospettive di sviluppo economico-sociali e infatti il nuovo piano europeo per l’Energia ha proposto lo sviluppo di 100 Positive Energy District in Europa come target del prossimo programma quadro”.

Ma per innovare con forza serve organizzazione. In Italia, infatti, “manca un coordinamento per assicurare convergenza di architetture, standard e replicabilità di queste realizzazioni che generalmente trovano impreparati i comuni che, affrontando questi investimenti con i propri mezzi, alla fine optano per programmi molto meno ambiziosi”. Ora Enea sta sviluppando “un primo progetto, lo ‘Smart Italy Goal’ che potrebbe essere ripreso e rilanciato attraverso un importante programma nazionale di finanziamento di sviluppo di PED in Italia, come si sta facendo in altri Paesi europei. Con le nostre esperienze e collaborazioni internazionali ci candidiamo a contribuire alla realizzazione entro il 2030 di questo processo di convergenza verso un modello vincente di rigenerazione urbana” e la realizzazione di una vera “Smart Italy”.