In Italia si può vivere con meno di mille euro al mese? Le variabili sono molte a partire dalla geolocalizzazione. Sta di fatto che – salvo risparmi e entrate secondarie – tra pensionati, lavoratori ‘gig’ e più in generale chi non arriva a raccimolare più di 8,50 euro/l’ora, le figure che rientrano in questa categoria sono più che numerose. La pensione di un terzo degli over aventi diritto, infatti, non supera le tre cifre, o quasi. Dei 5 mln di poveri assoluti, poi, solo il 29% (1 milione e 462 mila persone, pari a 525 mila famiglie) verrebbe raggiunto dal reddito di inclusione (Rei). La stima dei lavoratori coinvolti nei lavori di gig economy, invece, sta in “un intervallo da 589.040 a 753.248”; mentre l’eliminazione dei voucher avrebbe favorito la proliferazione di contratti a tempo determinato, ma anche lavoro nero. Questo quanto si evince dal Rapporto annuale dell’Inps.

Le pensioni
Nel 2017 il numero di pensionati sotto i 1000 euro era pari 5 mln e 548 mila (vs il totale di 15 milioni e 477 mila). E’ quanto emerge dalle tabelle sul reddito pensionistico (lordo) del Rapporto annuale. La buona nuova è che, rispetto Rapporto precedente, la pencentuale è in calo: 35,9% vs. 37,5%. Tuttavia, solo gli uomini sembrerebbero essere protagonisti di questo miglioramento, perché nel mondo femminile la percentuale di chi riceve meno di 1.000 euro al mese si è alzata al 44,8% (3 milioni e 686 mila). Sono invece quasi 1 milione e 114 mila (il 7,2%) coloro che percepiscono più di 3 mila euro al mese. “Ripristinando le pensioni di anzianità con quota 100 (o 41 anni di contributi) si avrebbero subito circa 750.000 pensionati in più”, afferma il presidente Inps, Tito Boeri, nella Relazione. “Quota 100 pura costa fino a 20 miliardi all’anno, quota 100 con 64 anni minimi di età costa fino a 18 che si riducono a 16 alzando il requisito anagrafico a 65 anni, quota 100 con 64 anni minimi di età e il mantenimento della legislazione vigente per quanto riguarda i requisiti di anzianità contributiva indipendenti dall’età costa fino a 8 miliardi”. In ogni caso, “tornare indietro del tutto” dalla legge Fornero “non è possibile”: le persone che hanno subito “gli effetti più dirompenti di quella riforma” si sentirebbero “beffate, a partire dalle donne”, spiega il presidente dell’Inps, aggiungendo come anche i costi del ripristino in toto o in parte delle pensioni di anzianità allora vigenti sarebbero “molto elevati”. Non solo, avverte, si innescherebbe anche un circolo vizioso che porterebbe a ridurre l’occupazione. “Possiamo tuttavia permetterci una maggiore flessibilità”, spiega. E ciò, sottolinea, “accelerando la transizione al metodo contributivo”.

Gig economy, voucher, tempo determinato e lavoro nero
Per quanto riguarda il Rei, le risorse “direttamente affluenti” ai beneficiari sarebbero pari, si calcola, a circa 1,8 miliardi. Con altri 6,2 miliardi, prospetta, si riuscirebbe a coprire “sostanzialmente la totalità dei poveri assoluti”. Mentre, secondo il Rapporto, se in Italia si fissasse un salario minimo orario al valore di 8,50 euro, come avviene in Germania, nel 2017 l’incidenza dei lavoratori con un importo inferiore sarebbe “pari al 16,9% (2.527.521 lavoratori)”. Considerando i dati sui lavoratori con almeno una giornata retribuita nell’anno, come elaborati per l’Osservatorio sui lavoratori dipendenti del settore privato non agricolo con età compresa tra 15 e 64 anni (in tutto una platea di 14.964.580 lavoratori). Il Rapporto Inps poi, riprendendo l’indagine della Fondazione Debenedetti, con cui ha collaborato, snocciola i dati sui lavoratori della ‘gig’ economy nel 2017. I numeri sono un po’ diversi rispetto alla prima recente presentazione, “in quanto si è applicata una più profonda pulizia dei dati” e un sistema più articolato. L’Inps fa poi notare come nonostante “il dibattito pubblico sia incentrato sui rider” questi rappresentino “una parte limitata della gig economy, pari a poco più del 10%”. I lavoratori dipendenti coinvolti in rapporti di lavoro a tempo determinato e di apprendistato tra il 2016 e il 2017 “sono aumentati significativamente, passando da 3,7 milioni a 4,6 milioni”, in crescita quindi di “quasi un milione” (+24%). Si registra, invece, un calo per gli occupati a tempo indeterminato: da 14,1 milioni a 13,8 milioni. “Un innesco importante all’espansione dei rapporti a termine – spiega l’Istituto – è giunto dalla soppressione, a marzo 2017, della regolazione tramite voucher delle prestazioni di lavoro accessorio”. Nel complesso l’occupazione dipendente (non considerando il settore agricolo) risulta così in rialzo del 3,5% (da 17.774.866 a 18.391.228).

Conti sempre più in rosso: -6mld e 948mln nel 2017
Il risultato economico di esercizio dell’Inps nel 2017 è stato negativo per 6 mld e 984 mln di euro, in peggioramento rispetto ai 6 mld e 220 mln del 2016. E’ quanto emerge dalle tabelle contenute nel Rapporto annuale dell’Inps. Il patrimonio netto è risultato in deficit per 6 miliardi e 906 milioni (l’anno precedente l’avanzo si era ridotto a 78 milioni). Tuttavia, si precisa nello stesso Rapporto, “il legislatore è intervenuto nell’ultima legge di bilancio prevedendo che il debito maturato dall’Inps nei confronti dello Stato fino al 2015 fosse compensato con i crediti vantati nei confronti dello stesso, e che la differenza risultante sia considerata come trasferimento definitivo”. La conseguenza, si osserva, tangibile a partire dal 2018, sarà “un miglioramento del patrimonio netto dell’Istituto per un valore intorno ai 60 miliardi di euro, cui si accompagna una rappresentazione più realistica delle grandezze di bilancio”.