Un paese in cui lo scontro generazionale esiste ma non nei termini in cui ci è stato raccontato in questi anni: non, cioè, tra under 40 e pensionati, verso cui i più giovani esprimono invece un sentimento di “ammirazione”, ma tra 20-40enni e i loro genitori, ovvero i 50-65enni. A dirlo una indagine di AstraRicerche realizzata per Manageritalia presentata oggi a Milano nel Meeting Prioritalia 2018, che sfata appunto la narrazione degli ultimi anni sul conflitto italiano tra le generazioni più giovani e quelle più anziane, in un paese in cui aumenta progressivamente l’età media. Lo studio è stato realizzato con 1462 interviste che hanno coinvolto persone tra i 20 e i 75 anni, lavoratori e disoccupati, appartenenti a tutte le classi sociali e a tutte le aree del paese, dai piccoli centri alle grandi città.

Proprio i pensionati sono risultati essere la categoria più ammirata tra gli italiani, forse perché vengono considerati un po’ come “i nonni”: il 33,1 per cento degli intervistati pensa che le persone in pensione siano da ammirare, sebbene il 56,8 per cento di chi ha partecipato al sondaggio ritiene che il numero di pensionati nel paese sia troppo superiore al numero di giovani e giovanissimi. Quasi il 52 per cento degli italiani, poi, considera che il numero di pensionati presenti nel paese sia elevato (o troppo elevato) rispetto al numero delle persone che lavorano. E meno di un italiano su tre pensa che chi non lavora più ma ottiene la pensione sia un peso per la collettività in termini di spesa. Insomma, alle persone ormai in pensione si riconosce loro voglia di fare, di impegnarsi assistendo parenti e amici (lo pensa il 56,7 per cento degli intervistati) e di essere ben preparati per dare ancora un contributo nella società (per il 53,4 per cento di coloro che hanno partecipato all’indagine). A ulteriore conferma del mancato conflitto intergenerazionale sono pressoché assenti, inferiori al 10-15 per cento, sentimenti reciproci quali poco interesse, critica e invidia per il periodo nel quale sono nati o per come vivono.

Se però un conflitto tra generazioni va trovato, allora la risposta è tra gli under 40 e i loro genitori, di età compresa tra i 50 e i 65 anni. In questo caso, sono i più giovani a vedere i più anziani meno positivamente rispetto a tutte le altre generazioni, soprattutto per quanto riguarda l’apertura all’innovazione (29 per cento contro il 41,6 per cento generale), essere fondamentali per il successo dell’Italia (39 per cento contro il 51,1 per cento) e soprattutto aperti a collaborare con persone di altre fasce d’età anche molto diverse dalla loro per trovare soluzioni nel mondo del lavoro (42 per cento contro il 58,4).
Da questi dati, considerati più positivi di quanto ci si aspettasse, è partito lo spunto per introdurre nella ricerca un altro tema fondamentale: l’intergenerazionalità, valore considerato positivo dal 76,8 per cento degli italiani. Tra gli under 40 la considera positiva il 60 per cento degli intervistati, tra i 50-60 enni l’80 e tra gli over 60 è il 91 per cento a valutarli in termini positivi.

C’è però un forte gap tra i desiderata e la realtà, soprattutto in ambiti come la famiglia, dove il desiderio di messa in relazione tra generazioni si attesta all’80 per cento mentre nella realtà è a 25 punti percentuali sotto, nel lavoro, dove c’è un gap del 46,9 per cento tra quello che si vorrebbe e quello che invece si ha, nel volontariato (78,4 per cento l’aspirazione e 54,3 per cento la realtà, nella società (78,1 per cento e 32,2 per cento, nei rapporti personali (74,7 per cento e 42,1) e, infine, in politica, dove il gap è al 46 per cento. Ma la differenza più forte è proprio nel mondo del lavoro, come riconoscono anche i manager, che hanno partecipato in oltre mille a un’indagine parallela da cui è emerso che l’intergenerazionalità è diffusa solo al 19,5 per cento in azienda, al 10,6 per cento nella società e all’8,4 per cento nella politica.

“I risultati dello studio ci parlano di un paese unito che ha voglia di collaborare allo sviluppo e di essere accompagnato verso quell’innovazione a livello economico e sociale che ne è la base di partenza”, ha spiegato Marcella Mallen, presidente della Fondazione Prioritalia, il cui obiettivo è quello di portare il contributo dei manager nella società italiana, in quanto proprio i manager sono – secondo la Fondazione – “il motore di un processo che deve coinvolgere l’Italia produttiva e tutti gli italiani per costruire un’alleanza tra generazioni e territori che ci veda partecipi, non solo in azienda, di un cambio di paradigma indispensabile per riprenderci il futuro”.