Dazi del 20% sull’alluminio e del 50% sull’acciaio nei confronti della Turchia. Ad affondare il coltello nella piaga della precaria situazione economica turca che vede la Lira crollare ai minimi storici arriva il presidente Usa Donald Trump. Ma l’allarme supera di gran lunga i confini della Turchia, rimbalza prima sulle banche europee, per poi travolgere i mercati emergenti fino a colpire gli stessi Usa. E l’Italia, che conta oltre 20 mld di investimenti in area turca ha di che preoccuparsi.

In Turchia l’indice Bist 100 è arrivato a cedere l’8,8%, a causa del crollo della lira, che ha perso fino al 17% a 6,8 contro il dollaro. Si tratta del crollo più rilevante da due anni, dopo il fallito colpo di Stato del 2016. La crisi di Istanbul ha trascinato verso il basso tutta la zona euro. La moneta Ue scende ai minimi dal luglio 2017 , segnando 1,1432 contro il dollaro da 1,1527 di ieri prima di recuperare parzialmente terreno a 1,1454. Va male anche a Piazza Affari: la Borsa perde il 3% e il Ftse Mib è sotto i 21 mila punti (20984). Lo spread è ai massimi di giornata e tocca i 264 punti base, con il rendimento dei btp a un passo dal 3% (2,96%).

In Usa le banche americane sotto pressione a Wall Street registrano cali diffusi: Citigroup perde il 2,35% e Bank of America l’1,75%. Pesanti anche Goldman Sachs che arretra dell’1,8% e JPMorgan che cede l’1,14%. Morgan Stanley e Wells Fargo perdono l’1,86% e lo 0,9%. Tra i mercati emergenti il peso argentino affonda nei confronti del dollaro con un balzo dei rendimenti sui bond a 100 anni di Buenos Aires che lascia intravedere una recessione alle porte, si aggiunge il crollo del rand sudafricano che scende a 14 per dollaro per la prima volta da novembre. L’Etf sull’indice della volatilità dei mercati emergenti sale dell’11%.

E Trump scrive su twitter: ”Ho appena autorizzato un raddoppio dei dazi sull’acciaio e l’alluminio della Turchia in quanto la loro valuta, la lira turca, è in rapido calo nei confronti di un dollaro molto forte. I dazi sull’alluminio saranno ora al 20% e quelli sull’acciaio al 50%. I nostri rapporti con la Turchia non sono buoni al momento”. Il tweet è stato confermato dalla Casa Bianca, che ha sottolineato che i dazi in base alla ‘sezione 232’ sono imposti nei confronti di quei paesi “le cui esportazioni minacciano la sicurezza nazionale”.

La situazione sta causando non pochi problemi al Bel Paese che conta oltre 20 mld di investimenti in Turchia. A preoccuparsi sono le imprese: dalle banche (il comparto ha perso il 4,25% a Piazza Affari) alle infrastrutture, dalle auto alle autostrade, la Turchia è da anni un mercato importante per l’industria italiana, con un interscambio totale che sfiora i 20 miliardi di euro e investimenti importanti di gruppi come Pirelli, Fiat e, da alcuni anni, Unicredit. Un “mercato prioritario” per l’export italiano, lo definisce la Sace, la società di assicurazioni degli esportatori: inevitabile che si senta anche in Italia l’impatto della crisi finanziaria che colpisce il paese, riflesso di un rischio politico crescente vista la spaccatura sempre più importante fra il presidente Erdogan, protagonista di una riforma costituzionale giudicata un po’ troppo autoritaria, e i partner occidentali a partire dagli Usa. Guardando poi le tabelle della Bri, la Banca dei regolamenti internazionali che funge da ‘banca centrale delle banche centrali’, si scopre che le banche italiane sono esposte per quasi 15 miliardi di euro (16,9 miliardi di dollari) verso la Turchia che salgono a 16 se si includono le garanzie.

Tra le banche, l’istituto più sotto pressione è Unicredit, azionista di peso di Yapi Kredi, con una quota dell’81,9% detenuta attraverso la joint venture paritaria con Koc Group. Il titolo Unicredit è stato sospeso al ribasso in borsa ed è rientrato in perdita del 5,8% a a 13,6 euro, contro i 14,46 di apertura. La banca turca è consolidata a patrimonio netto e il suo contributo al conto economico è rappresentato dalla quota di utili realizzati. “Yapi Kredi è una banca molto buona e il nostro investimento è di lungo termine”, aveva detto martedì scorso Mirko Bianchi, cfo di Unicredit, nel corso della presentazione agli analisti dei risultati della banca. Nel corso del primo semestre il contributo di Yapi Kredi al conto economico di Unicredit è stato di 183 milioni di euro (+28% nel secondo trimestre a cambi costanti ma -3,4% per effetto della svalutazione della lira turca). Si tratta di meno del 2% dei ricavi del gruppo. Unicredit “ha prestato particolarmente attenzione” alla situazione turca nel corso della prima metà del 2018, secondo la relazione semestrale appena depositata sui rischi geopolitici esistenti nelle aree dove opera la banca, che ha spiegato agli analisti che una svalutazione del 10% della lira turca avrebbe un impatto di circa 2 punti base sull’indicatore patrimoniale Cet1.

Fca è presente da decenni con lo stabilimento di Bursa-Tofas (Instanbul), con decine di migliaia di veicoli prodotti. Da 50 anni è in Turchia anche Pirelli, che ha concentrato la produzione nello stabilimento di Izmit, a 100 chilometri da Instanbul, costato 170 milioni di euro di investimenti negli ultimi anni, la produzione di 2 milioni di pneumatici industriali l’anno destinati ai mercati di Europa, Medio Oriente e Africa. Cementir ha investito in Turchia dal 2001 oltre 530 milioni di dollari acquisendo Cimentas e Cimbeton.

Leonardo, tramite Alenia Aermacchi, è in qualche modo toccato dalla crisi turca in quanto contribuisce alla produzione dell’F-35 (che vede 30 ordini dalla Turchia con opzione per altri 70 velivoli) e partecipa a una commessa importante, 30 elicotteri da parte di Turkish Aerospace al Pakistan. Tanti i progetti italiani nel paese, a partire dal comparto infrastrutture-costruzioni-logistica: come quelli di Salini Impregilo nella costruzione di due autostrade, la Kinali-Sakarya e la Tarsus-Adana-Gaziantep, in un impianto idroelettrico, nella linea ad alta velocità che collega Ankara ad Istanbul, nella depurazione delle acque a istanbul. E poi c’è l’export dell’Italia, nel 2017 quinto partner commerciale con 19,8 miliardi di dollari di interscambio totale (+11,1% rispetto al 2016), di cui 11,3 miliardi di dollari in esportazioni e 8,5 miliardi di dollari in importazioni e una quota di mercato del 5,1%.