Più di 13.000 addetti, 571 imprese e un fatturato che supera gli 11,5 miliardi di euro. I numeri del Biotech in Italia si confermano a due cifre e continuano a crescere con un +22% di investimenti in ricerca e sviluppo tra il 2014 e il 2016 e un +38% di imprese esportatrici nel 2015, 7 volte in più dell’industria italiana nel suo complesso. A fare il punto su uno dei settori trainanti dell’economia italiana sono gli esperti riunitisi a Roma in occasione della presentazione del Rapporto 2018 “Le imprese di biotecnologie in Italia”, da parte di Assobiotec, l’Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie che fa parte di Federchimica e dall’Enea. Tra il plauso generale però gli esperti invitano alla cautela: serve una strategia nazionale di lungo periodo.

Per Luca Benatti, componente del Comitato di presidenza di Assobiotec, “i numeri dimostrano la qualità della produzione scientifica di base del nostro Paese nelle biotecnologie nel settore della salute, agro-alimentare e del risanamento ambientale, ma resta il fatto che la maggior parte delle imprese sono ancora troppo piccole”.

“Il rapporto sulle imprese biotecnologiche in Italia è una relazione unica nel panorama internazionale, perché nelle analisi statistiche tradizionali questo settore, molto diversificato, tende in genere a non emergere”, ha spiegato Gaetano Coletta, ricercatore dell’Enea, tra i redattori del rapporto.

Il nostro Paese però rischia di essere frenato, o addirittura tagliato fuori, nell’innovazione biotecnologica se non cambia. “Gli investimenti in ricerca restano non competitivi. Occorre abbandonare vecchie logiche, o il rischio è frenare lo sviluppo dell’innovazione biotech compromettendo competitività e crescita del Paese”, prosegue Binetti. Alcuni punti critici emersi nel corso del dibattito riguardano gli scarsi investimenti in ricerca del settore pubblico e privato, inferiori a quelli degli altri Paesi.

Benatti ne è convinto: “il mondo delle biotecnologie ha un urgente bisogno di una strategia nazionale di medio-lungo periodo a favore di innovazione e ricerca”. Gli esperti pensano a un piano fatto di misure stabili nel tempo e che preveda una governance certa, efficace e centralizzata. “Misure – conclude Benatti – che permetterebbero alle imprese di superare il limite di una dimensione spesso troppo piccola”.

Le biotecnologie, dunque, “restano un settore strategico per la sostenibilità economica e la competitività dei Paesi più avanzati, di cui fa parte anche l’Italia”, precisa Coletta. I Paesi che crescono di più oggi, sottolineano gli esperti, sono quelli che investono di più in innovazione. Ogni euro investito nel campo della ‘bioeconomia’ genera, infatti, 10 euro di valore.

La leadership nel settore biotecnologico resta concentrata in alcune aree del mondo come quella nordamericana e del Vecchio Continente. “Nell’Italia del biotech – specifica Coletta – accanto al settore della salute è particolarmente sviluppato quello della chimica verde. La ricerca biotecnologica – conclude – consente infatti di migliorare i processi produttivi, andando incontro alla forte domanda di sostenibilità che viene dal nostro Paese”.