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12 giugno 2018 di
Basta molestie

Una delle caratteristiche singolari della nostra identità come Italiani è una permanente asimmetria nel considerare successi e insuccessi: questi ultimi contano molto di più dei primi, dedichiamo loro molta più attenzione, li usiamo per lamentarci e spesso per censurarci. I successi non ci rendono più fiduciosi e non rafforzano la nostra percezione di essere in un paese avanzato e civile quale siamo. Daniel kahneman, premio nobel per l’economia nel 2002, osserverebbe che questa è una caratteristica comune a tutti gli individui: una delle sue più celebri scoperte infatti è il fatto che il dispiacere di una perdita è più forte del piacere di un guadagno di pari entità. Questa stessa asimmetria si verifica anche nella nostra percezione dei successi e degli insuccessi della intera collettività. Ma, se questo è un bias cognitivo comune agli individui sotto tutte le latitudini, noi italiani lo esasperiamo, e mentre nei Paesi avanzati che godono di buona reputazione questa asimmetria viene compensata dal senso di appartenenza, noi immancabilmente deprezziamo ciò di buono che c’è nelle nostre istituzioni.

È un difetto molto antico, che esisteva già nel 1300, quando l’Italia era all’inizio di una spettacolare crescita economica, finanziaria e culturale sfociata nel rinascimento. Eppure Dante si lamentava giustamente della corruzione nella Chiesa (“le leggi son ma chi pon mano ad esse?”, canto XVI del Purgatorio), senza però equilibrare gli elementi negativi con quelli positivi: se posso dirlo in modo irriverente, erano di più i peccatori mandati nell’inferno dei buoni salvati in Paradiso.

L’asimmetria scoperta da Kahneman riguarda i comportamenti individuali, mentre noi l’abbiamo estesa alle istituzioni e più di recente alle categorie sociali. Poniamo l’attenzione in modo prioritario alle disfunzioni e alle cattive performances delle istituzioni, dei servizi pubblici e delle attività professionali e non vediamo i tanti portati positivi del welfare.

L’emergere di una crescente sfiducia verso le istituzioni è tuttavia un fenomeno che attraversa, pur con differente intensità, tutti i paesi avanzati, e sta andando di pari passo con l’indebolimento dei corpi intermedi, del loro ruolo e del loro prestigio sociale. I primi segnali si sono visti con la sfiducia nella burocrazia, poi estesa progressivamente ad altri corpi intermedi, come sindacati e associazioni, e a molte categorie professionali. Il problema è che queste forme di rappresentanza costituiscono comunque la struttura fondamentale della società occidentale, e che i loro malfunzionamenti, spesso veri e talvolta presunti, non possono essere l’alibi per distruggerli: la burocrazia, dipinta sempre come l’esempio di inefficienza pubblica, va demolita oppure modernizzata e resa più efficiente con l’introduzione dell’informatica, dell’intelligenza artificiale, e di un efficace sistema di incentivi? E analogamente, se la scuola sta diminuendo la capacità di favorire la mobilità sociale, la risposta non può essere dare a tutti voti elevati (le cronache ci raccontano di professori di scuola media che non possono riprendere gli allievi discoli altrimenti vengono minacciati dalle famiglie) ma rinnovare i metodi scolastici in modo che forniscano meglio le competenze necessarie al moderno mercato del lavoro e essere buoni cittadini in una società avanzata. Senza una continua modernizzazione la sfiducia cresce lentamente ma pericolosamente.

Questo fenomeno attraversa molti paesi avanzati, e il modo con cui viene e verrà affrontato e corretto avrà un impatto profondo sugli equilibri sociali e politici. Da qualche anno si sta verificando un notevole indebolimento del ceto medio e del suo ruolo. La globalizzazione, con l’apertura dei mercati a livello internazionale, oltre ai suoi evidenti benefici – in 30 anni più di un miliardo di persone sul pianeta sono usciti dalla soglia della povertà – ha fatto emergere forti disequilibri tra Paese e Paese e, buttando sul mercato del lavoro una larga massa di forza lavoro da quelli in via di sviluppo, ha creato una situazione di difficoltà al ceto intermedio dei paesi avanzati, da lungo tempo abituato a un lavoro fisso e a condizioni agiate di vita, negli Stati Uniti come in Europa.
All’apertura dei mercati globali si è accompagnata una forte accelerazione nella sostituzione dei lavori routinari con sistemi automatici, grazie a una crescente e massiccia introduzione dell’intelligenza artificiale e della robotica. Tutto ciò ha creato ulteriori difficoltà a strati della popolazione le cui professioni sono andate verso l’obsolescenza.

Il ceto medio costituisce la spina dorsale della democrazia in tutti i paesi maturi e il suo indebolimento, che sta producendo veloci cambiamenti nel panorama delle forze politiche in campo, può comportare rischi sul piano della tenuta democratica. La tradizione per cui il voto del ceto medio convergeva verso il centro, assicurando stabilità politica, si è invertita col crescere del disagio e della precarietà. Alla lentezza delle dinamiche di cambiamento del passato si è sostituita una velocità impressionante di cambiamento nelle preferenze politiche. In tutti i paesi europei una massa consistente di voti va verso le estremità, o verso partiti del tutto nuovi che spesso sono nati per raccogliere il voto di protesta, e che per la velocità con cui sono emersi non sono (ancora?) portatori di una chiara visione di lungo periodo.

In Italia sta avvenendo lo stesso fenomeno di cambiamento del sistema politico che ha caratterizzato Francia, Germania e Spagna, sia pure con alcune caratteristiche peculiari della nostra struttura economica e industriale, legate al divario tra Nord e Sud.
Nel nostro paese questo divario non è colmato, anzi si è ampliato dopo la grande crisi finanziaria del 2007. In termini di pil pro-capite, ad esempio, se nel 2007 il gap tra Nord e Sud del Paese era di 14.255 euro, nel 2015 il differenziale è salito a 14.905 euro. E il divario è cresciuto non solo in termini di benessere, ma anche di esclusione sociale, di dimensione del mercato del lavoro e di disoccupazione.

La crisi finanziaria del 2007, che ha innescato un processo di selezione darwiniana delle imprese, non ha infatti risparmiato quelle di minori dimensioni e minore capacità competitiva, in larga parte situate al sud. Mentre le imprese di dimensione media inserite dentro il tessuto industriale del Nord Italia, molto più denso e articolato, hanno in larga parte potuto ristrutturarsi e divenire competitive sui mercati internazionali. Anche se oggi il sistema industriale si è modernizzato in entrambe le aree del Paese, ed è divenuto maggiormente competitivo, il divario tra le due parti del paese non si è dunque ridotto.
Il differente grado di sviluppo economico e di ricchezza diffusa che esiste tra nord e sud traduce la reazione dei cittadini in preferenze politiche diverse. In Italia questo si vede plasticamente dalla mappa dell’ultimo voto: il Nord, che ha tassi di crescita e di benessere comparabili con le più ricche regioni tedesche o francesi, nelle recenti elezioni ha mostrato una prevalenza di voti di centrodestra, mentre nel Centro Sud, che ha caratteristiche di più modesto sviluppo, simili ad altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo, vi è stata una prevalenza dei 5 stelle. La politica si trova dunque in un periodo difficile in cui deve rispondere a bisogni contrastanti e deve recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Tuttavia i fondamentali economici su cui le politiche economiche dei prossimi governi si potranno articolare sono sani; il dualismo economico non sta mettendo a rischio la tenuta del sistema e non ha impedito una recente importante crescita di vaste aree del paese. La Lombardia, per esempio, ha una economia florida, simile a quella del Baden-Wurttemberg, una larghissima industrializzazione in cui prevalgono imprese di dimensione media, ben inserite e competitive sul mercato globale ma anche numerosi rami di grandi multinazionali. I settori importanti non sono solo quelli ben noti della moda, del tessile, dell’alimentare, ma anche quelli della meccanica e della robotica; accanto a questo un sistema pubblico ben funzionante, e in particolare un sistema sanitario efficiente.

Si potrebbe parlare di altre aree economicamente floride e in crescita. Ma in ogni caso se guardiamo le performances economiche e industriali in generale, il nostro paese mantiene una posizione molto elevata nel ranking delle grandi nazioni industriali, e il sistema industriale può giovarsi di ingegneri, matematici, esperti che escono dalle nostre università e che, pur nelle luci e ombre che caratterizzano il sistema educativo, godono di una formazione di ottima qualità e trovano facilmente lavoro nel mercato internazionale.

L’Italia soffre dunque di alcune criticità, peraltro analoghe a quelle che caratterizzano i paesi avanzati del continente europeo. Le condizioni per superarle ci sono tutte, anche perché gli effetti della crisi del 2007 sono ormai stati assorbiti, il sistema finanziario ha recuperato l’equilibrio e il sistema delle imprese si è rinnovato ed è competitivo sui mercati internazionali. Molte nuove imprese sono nate, anche in aree interessanti dei servizi avanzati, che non erano nella tradizione italiana e stanno crescendo velocemente. Anche il sistema del welfare ha mantenuto un buon grado di protezione per i cittadini, e politiche per renderlo più efficiente, pur necessarie, possono essere svolte senza creare tensioni sociali.
Dunque, le potenzialità per investire e per costruire ancora e bene ci sono. Basta volerlo.