(di Salvo Ingargiola) – “Abbiamo cambiato vestito al credito“. La metafora è calzante, efficace. Perché se è vero che quando gli istituti bancari erogano credito, tengono conto del cosiddetto patrimonio aziendale, è altrettanto vero che, quando parliamo di Terzo settore, nella maggior parte dei casi, c’è però un altro patrimonio di cui tenere conto. “E’ quello immateriale”, afferma Marco Morganti, amministratore delegato di Banca Prossima (gruppo Intesa Sanpaolo) l’istituto di credito che, da 10 anni, si rivolge esclusivamente al mondo del non-profit. Un settore dove fare business è possibile. Lo dimostrano le cifre: 63.000 clienti di cui 12.500 a cui Banca Prossima sta erogando credito per un totale di 3 miliardi di Euro. Dieci anni fa il taglio medio del prestito ai soggetti dell’economia sociale si attestava intorno a 800.000 euro e solo in 1 caso su 16 il mondo del terzo settore riusciva a beneficiarne. “Oggi il credito si è fatto più granulare: in termini di qualità è un fattore positivo perché è senza dubbio meglio suddividere il rischio in più partite che non in poche. Il taglio medio si è abbassato, infatti, a 150.000 euro ma al Sud tocca cifre ancora più basse attestandosi a 110.000 euro”, spiega Morganti.

E a dimostrazione che, in questo periodo, il rapporto tra le banche e il mondo non-profit è più proficuo è un altro dato: 1 soggetto su 5 dell’economia sociale di mercato fa ricorso al credito. Come si spiegano questi numeri? Quali gli strumenti che hanno portato a questi risultati? “Il nostro modello di valutazione non è quello standard. Quando si tratta di qualsiasi altra impresa, uno dei fattori chiave, ad esempio, è il patrimonio. Nel caso di cooperative, associazioni e fondazioni, il grande valore è la relazione fiduciaria tra queste realtà e le comunità di riferimento“.

Basti pensare a realtà come Vidas, associazione che si occupa di assistenza a malati oncologici a Milano. “La comunità riconosce un valore alle realtà di terzo settore e le difende come patrimonio della comunità stessa”, aggiunge Morganti che, per rendere meglio il concetto, spiega: “Quando un’azienda calzaturiera entra in crisi, lavoratori, famiglie e sindacati si attivano per difenderla; quando invece a rischiare il ‘fallimento’ è una cooperativa sociale, si mobilita la comunità intera”. “E’ un valore che non si esprime in un numero e non va a finire nei bilanci di un’azienda”.
Eppure, Banca Prossima fa business erogando credito al terzo settore e con un impegno importante in termini di inclusione finanziaria. Negli ultimi 4 anni, l’istituto ha dato credito a 1000 soggetti non bancabili, “cioè soggetti che in condizioni normali non riceverebbero alcun credito”, grazie a un Fondo di garanzia che Banca prossima ha creato “proprio per sostenere le realtà che hanno buoni progetti ma che sono più fragili”.  E a dargli ragione, ancora una volta, sono le cifre: su 1000 realtà solo 100 hanno fallito l’impresa e il denaro investito è andato perduto; le altre stanno restituendo il finanziamento e, di queste, 670 sono riuscite a svilupparsi e hanno migliorato anche di molto il loro rating. “Il nostro modello è valido perché abbiamo dimostrato che si possono fare profitti in un terreno dove operano soggetti critici ma c’è meno concorrenza. Abbiamo semplicemente lavorato con un approccio diverso, che ci ha portato in un campo che è meno frequentato dagli altri”, mette in evidenza Morganti. “Grazie al Fondo ci occupiamo di soggetti che, di norma, vengono esclusi”, chiarisce.

Ma se il sociale resta ancora ai margini – sia nel settore del credito che degli appalti pubblici – il problema è forse più culturale, oltre che normativo. La riforma del terzo settore è stata la grande novità della scorsa legislatura ma tutto ciò non basta. “Il non-profit va accompagnato, nel grande cambiamento che attende il welfare italiano. E allora perché non inserire le clausole sociali negli appalti pubblici, così come già si fa in altri Paesi d’Europa e nel mondo?”. Qualcuno ci ha già pensato: “A Milano, l’azienda australiana che si è aggiudicata i lavori di riqualificazione dell’area Expo dovrà anche pensare ai servizi da offrire ai cittadini, coinvolgendo le realtà del Terzo settore”. Che così diventa protagonista, anche grazie al credito.