Numerose segnalazioni, già a partire dal 2013, in cui Bankitalia informava Consob della situazione su cui verteva Banca Etruria e sulla necessità di intervenire in quanto l’Istituto di credito non era “più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”. Bankitalia aveva operato nei tempi e nelle modalità previste, e ora il dito è puntato solo sulla Consob che, benché messa puntualmente al corrente della situazione critica su cui verteva Banca Etruria, non è comunque intervenuta in tempi utili. Così la Corte d’Appello di Firenze ha accolto la tesi dell’ex Cda di Banca Etruria – nello specifico gli ex sindaci di Banca Etruria (Tezzon Massimo, Cerini Paolo, Neri Gianfranco, Polci Carlo) e l’ex amministratore Andrea Orlandi, tutti difesi dall’avvocato Renzo Ristuccia – contro le sanzioni emesse dall’authority di Borsa nel 2017.

Ai tempi in cui scoppiò lo scandalo, i rapporti tra Consob e Bankitalia si inasprirono: l’autorità di controllo dei mercati sosteneva che da Via Nazionale (anche a causa di un protocollo di collaborazione migliorato solo in seguito) fossero arrivati dei documenti stringati o comunque non sufficientemente chiari rispetto alla reale situazione di Etruria. E che solo nel 2016 avesse acquisito l’intera documentazione facendo partire, a quel punto, l’iter sanzionatorio.

Oggi, nel motivare la decisione presa in Corte di Appello, i giudici esaminano le interlocuzioni tra le due authority e contestano la suddetta tesi della Consob. L’authority sosteneva di aver avuto solo nel maggio del 2016 “la disponibilità di tre fondamentali documenti” di Bankitalia relativi alla situazione di Banca Etruria (la nota rivolta alla banca del 24 luglio 2012, i rilievi dell’ispezione formulati il 5 dicembre 2013 e la nota inviata direttamente al Presidente Etruria il 5 dicembre 2013). Anche se è vero che Consob non ha ricevuto la nota del 24 luglio 2012 è “documentalmente dimostrato che, ben prima di tale momento” l’authority “era sicuramente venuta a conoscenza di documenti di Banca d’Italia” sullo stato di Etruria “ben più pregnanti e significativi” e dunque tali “da dover costituire il presupposto per le verifiche di sua competenza”. Inoltre il rapporto ispettivo di Banca d’Italia su Bpel “era sicuramente conosciuto da Consob quantomeno a febbraio 2014” e “Banca d’Italia ha sicuramente trasmesso a Consob i risultati dei propri accertamenti ispettivi del 2013” a inizio dicembre 2013.

“Ancora più significativa” è la nota riservata di Bankitalia a Consob del 6 dicembre 2013 in cui Bankitalia dice chiaramente che Etruria non è “più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”, imponendone l’aggregazione con un altro istituto e riservandosi “ogni ulteriore iniziativa ritenuta necessaria ad assicurare condizioni di sana e prudente gestione e a tutelare i depositanti della banca”. “Di più Banca d’Italia non poteva dire a Consob”, affermano i giudici: “Non era abbastanza per Consob – si chiedono – per cominciare ad indagare sulla trasparenza e veridicità del prospetto dell’offerta al pubblico delle azioni in aumento di capitale che si era avuta nei mesi precedenti?”.

Sapendo Consob dal 6 dicembre 2013 che Etruria “era sull’orlo del commissariamento a meno che non si fondesse con una banca più grande – concludono i giudici – delle due l’una”: se l’authority sospettava che il prospetto dell’aumento di luglio 2013 fosse stato “falso e fuorviante”, avrebbe dovuto “cominciare subito l’indagine”. Se invece avesse accertato che era veritiero “non si poteva irrogare alcuna sanzione”.